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Ciad, Kenya. L'emergenza profughi

di Anna Bono - 8 febbraio 2008

La crisi del Kenya e quella del Ciad differiscono sotto molti punti di vista. Il più evidente è che in Kenya il confronto politico, culminato il 27 dicembre scorso con le elezioni generali compromesse da grossolane scorrettezze, ha scatenato la violenza tra la popolazione. La maggioranza degli oltre 1.000 morti finora registrati è stata causata da scontri e aggressioni di cui sono stati protagonisti dei comuni cittadini. Come è successo nel 1994 in Rwanda, è una guerra tra vicini di casa che si affrontano con armi «tradizionali»: archi e frecce, panga (il lungo coltello ricurvo con la lama interna affilata che tutti i kenyani hanno in casa), pietre e fuoco, per uccidere e distruggere. In Ciad, invece, dove pure, soprattutto nelle aree rurali, si verificano frequenti episodi di violenza inter e intra tribale di piccolo impatto, a combattere sono dei militari: sulla capitale hanno marciato le milizie organizzate, e dotate di armi moderne, dei numerosi movimenti antigovernativi intenzionati ad abbattere il regime del presidente Idriss Déby e che già nel 2006 erano riusciti a raggiungere una prima volta N'djamena. Come nel vicino Darfur, lo Stato occidentale del Sudan in guerra dal 2003, e dove la popolazione non è più il bersaglio principale delle milizie filogovernative janjaawed, i civili uccisi - ancora non si sa quanti siano - sono per lo più vittime accidentali dei combattimenti.

Adesso però, in entrambi i Paesi, e qualunque sia l'andamento del conflitto in atto, la vita di centinaia di migliaia di persone è in pericolo: sia in Kenya che in Ciad, infatti, come sempre succede quando un dramma sconvolge uno Stato africano, da un giorno all'altro uomini, donne, bambini, isolati o in gruppo, hanno abbandonato ogni proprietà e fonte di sopravvivenza, quasi sempre portando con sé solo quel poco che si riesce a trasportare a braccia e cercando nella fuga scampo alla morte. Sono i profughi e gli sfollati: più di 300.000 in Kenya e probabilmente quasi 100.000 in Ciad, che vanno ad aggiungersi a quelli già esistenti.

In Kenya, da oltre un anno, oltre al problema dei profughi provenienti dalla Somalia, l'emergenza maggiore è costituita dai 70.000, forse 100.000 sfollati causati dagli scontri etnici scoppiati nella zona del Monte Elgon, nell'ovest, al confine con l'Uganda, in seguito all'attuazione di un programma statale di assegnazione di appezzamenti agricoli. Come di consueto, corruzione e clientelismo hanno prevalso e gran parte dei lotti sono stati attribuiti a una delle etnie locali a scapito delle altre: di qui le proteste, dapprima, e poi la violenza, che le forze dell'ordine hanno represso con brutalità, facendo aumentare lo scontento e le tensioni.

In Ciad la situazione è ancora più grave. Nell'est, nelle regioni controllate dalle forze antigovernative, non solo si trovano quasi 300.000 profughi provenienti dal confinante Darfur, ma anni di combattimenti tra esercito e ribelli, intensificatisi negli ultimi due anni, hanno prodotto da 120.000 a 170.000 sfollati, a seconda dei periodi.

Nell'immediato si tratta di persone che rischiano di morire di fame, stenti e malattie. Hanno bisogno di assistenza giorno per giorno. I più fortunati riescono a raggiungere i campi allestiti dall'Onu, altri trovano rifugio presso parenti disposti ad accoglierli, altri ancora si sparpagliano e raggruppano fuggendo dalle truppe combattenti e cercando soccorso. Molti, semplicemente, si fermano sui bordi delle strade e delle piste, sperando nel passaggio di un convoglio di aiuti o di un qualsiasi mezzo disposto a trasportarli un po' più in là. Le ripercussioni dell'esodo nel lungo periodo riguardano soprattutto i bambini: a migliaia smettono di andare a scuola, saltano le vaccinazioni che potrebbero salvarli da malattie mortali, perdono nella fuga i genitori, subiscono e vedono infliggere abusi e sofferenze, con traumi che molti non supereranno mai.

! Anna Bono
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