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Serve un cambiamento culturaledi Aurora Franceschelli - 8 febbraio 2008 Si vota il 13 e 14 aprile. Dopo un periodo di tenebre, che si è prolungato per più di anno e mezzo, uno spiraglio di luce torna ad illuminare le speranze di tutte gli italiani. Sì, perché dopo una fase in cui il nostro Paese è riuscito a toccare il fondo, screditandosi anche a livello internazionale, se ne apre un'altra, molto delicata, durante la quale sarà fondamentale mettere in atto una sorta di rivoluzione copernicana in un sistema, quello politico che si è affermato sotto la gestione di Prodi, che, cristallizzandosi intorno a dinamiche verticistiche ed oligarchiche allo stesso tempo, ha finito per egemonizzare il potere delegatogli. Insomma, dopo la fine della prima Repubblica, che ha visto l'esplosione del regime partitocratrico, abbiamo assistito ad una crisi dello Stato senza precedenti. Una crisi, quella scatenata dal più breve governo della storia della Repubblica, determinata da una politica che, pur di tutelare i suoi giochi di potere, ha scelto di frantumare una Nazione che, secondo quanto sancito dall'art. 67 della Costituzione, avrebbe dovuto invece rappresentare. La classe dirigente che è implosa sotto il governo Prodi, infatti, ha considerato come referenti della sua azione politica solo alcune piccole «Italiette»: si tratta di quelle lobbies, quelle corporazioni e quelle baronie politico-finanziarie che erano funzionali al suo sistema di consensi elitario, non certo di «massa». Il voto, in questo contesto, costituendo la massima espressione di democrazia, dovrebbe rappresentare la prima tappa di un percorso politico non più orientato secondo una dinamica discendente del potere, ma ascendente: che parta dal popolo per giungere sino allo Stato. Qui sta la rivoluzione copernicana che Berlusconi aveva cominciato durante i suoi cinque anni di governo e che Prodi, purtroppo, a invertito attraverso un processo di conduzione del potere dove a livello di vertice, a influire sulle scelte cruciali del Paese, sono stati i partiti minoritari della sinistra radicale, i poteri economici e quelle «rappresentanze» della società civile, vedi sindacati e pensionati, che costituiscono un piccolo spaccato della maggioranza del Paese. Un Paese che, per poter invertire la rotta, ha bisogno di una classe dirigente che sia espressione reale dei bisogni della maggioranza dei cittadini, che funga quindi da cinghia di trasmissione della volontà del popolo nelle istituzioni. Diventa fondamentale, ora più che mai, ricostruire il nostro Paese attorno all'idea cardine di uno Stato liberale, uno Stato che si fondi sulla valorizzazione delle potenzialità e iniziative dei cittadini e sul riconoscimento dei diritti, e non sulla loro concessione, poiché quest'ultima implica una dinamica del potere discendente, dallo Stato al popolo. Per risollevare le sorti del nostro Paese è necessario, dunque, un ripensamento culturale che investa sia la politica che i cittadini, una revisione di quella logica, ereditata dal '68, secondo la quale i diritti concessi si trasformano in privilegi cristallizzati. Privilegi che hanno svuotato, lentamente, le casse dello Stato e che ora sono solo oneri gravosi per la nostra società. Ora, di fronte ad un'espansione dei bisogni sociali che presenta un tasso di crescita superiore alle risorse disponibili, all'invecchiamento della popolazione, alla necessità di contenimento della spesa, all'esigenza di risposte concrete allo stato di emergenza in cui versa il nostro Paese, si impone la necessità di un profondo cambiamento culturale, in base al quale al centro dell'agenda politica vi siano temi cruciali quali, ad esempio, l'esigenza di ridurre gli sprechi e le consulenze pubbliche inutili; la revisione di un sistema scolastico tra i più carenti d'Europa; e ancora, la riforma di una giustizia incancrenita e di una Pubblica Amministrazione inefficiente e dominata dall'assenteismo; una politica fiscale più leggera e che restituisca potere d'acquisto ai cittadini; il ripensamento di un sistema sociale che tenga conto delle esigenze delle nuove generazioni; un sistema infrastrutturale degno di un Paese inserito in un'economia globale, e così via. Partire dalla realtà sarà un buon viatico per un'azione di governo, quella che si svilupperà dopo le elezioni, sulla quale graverà una responsabilità enorme: quella di darci un futuro. Una responsabilità che andrà sicuramente condivisa da tutto il Paese, anche, all'interno di un sano confronto parlamentare, da quella sinistra che, nel mondo attuale, sente il bisogno di cambiare, affrancandosi da quella sua «appendice» radicale dalla quale, per poter sperare di «rinascere a nuova vita», deve assolutamente smarcarsi. Veltroni ha capito che, per far crescere il suo nuovo centrosinistra, la premessa necessaria, ma non sufficente, sarà la sconfessione dell'antiberlusconismo ideologico. Sull'odio, come dimostrato da questo governo, non si costruisce nulla.
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Ragionpolitica, periodico on line n.250 del 5/2/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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