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Propaganda veltronianadi Filippo Salone - 8 febbraio 2008 Tutto lo scrupolo e l'ambizione di Walter Veltroni nell'overture di questa campagna elettorale si possono misurare nell'opportunistica scelta di far correre da solo il «suo» Partito Democratico. Veltroni lo fa per potersi mettere nella condizione di prendere le distanze dalla fallimentare esperienza del governo dell'Unione e quindi strumentalizzare l'alleanza del centrodestra, a suo dire infarcita di troppe componenti. Ma eludendo la prosopopea salvifica del Walter way of life, la posizione del leader del Pd è attaccabile, se non manifestamente infondata, proprio nel merito della duplice motivazione che egli pretende di ergere a verità. Rispetto infatti al reiterato mantra del Pd che si presenta da solo e quindi capace sic e simpliciter di superare tutti in nodi palesati dalla sgangherata coalizione del 2006, infatti, qualsiasi osservatore critico, ogni persona con un po' si sale in zucca, come direbbe Feltri, sarebbe in grado di riconoscerne l'illegittimità sostanziale. Il leit motiv che si professa in queste ore, e per molti giorni ancora si professerà dalle parti del loft di Sant'Anastasia, rischia infatti di risuonare come lagna stantia allorché non si riconoscerà già in nuce la cagionevolezza di un progetto che non si decide ad archiviare il prodismo e che fino ad un minuto prima dell'ennesimo muro contro muro muscolare deciso dal «suo» attuale presidente e «garante» (così si configura il ruolo del Professore nell'organigramma del Pd) si batteva pubblicamente per «contare» al Senato quel voto in più capace di condannare il Paese alla reiterazione ad libitum del supplizio di un governo senza arte né parte. Sin troppo facile, quindi, disvelare la pavidità di un partito che, nato all'insegna del cambiamento, non ha avuto la capacità, «per voti espressi e opinione date» direbbero i giuristi, di marcare la discontinuità con la più invereconda maggioranza di governo dell'Italia repubblicana. Acquattatosi in penombra sulla sponda del fiume ad aspettare che passasse il cadavere di Prodi, infine Veltroni, da perfetto illusionista, ha cavalcato la velleità senza tempo e senza spazio di un governo di transizione che lo depurasse dal peccato originale della dissennata scelta del 9 aprile 2006, da mettere su con i voti dell'opposizione. Tutti i maggiori commentatori e inevitabilmente gran parte dell'opinione pubblica hanno così potuto carpire negli appelli buonisti del leader del Pd quello che veramente era: la necessità di dilatare i tempi della crisi e ricavare maggiore distanza possibile dalla rovinosa caduta di Prodi. La propaganda veltroniana, ben agghindata dagli effetti speciali da «cinematografo dei sogni», tuttavia occulta oggi tutti i nodi «carnosamente» politici palesatisi nella più breve ed infausta legislatura della storia repubblicana. Così, forte della solita presunzione di superiorità, i democrat si arrovellano nel proiettare l'immagine di un Pd a «vocazione maggioritaria», coniugando sino alla nausea il paradigma della «nuova stagione» contro il riproporsi del vecchio schema di CdL ripresentato agli elettori in forma invariata. Ma questo tipo di costruzione è inevitabilmente edificata sull'argilla e non sul solido terreno della realtà. L'alleanza di centrodestra, infatti, conta un'esperienza di governo che, pur con tutte le sue criticità, dovute in massima parte alla difficile congiuntura internazionale post 2001, aveva infine ottenuto di mettere in cammino il Paese sul sentiero di coraggiose riforme strutturali. Con la leadership di Silvio Berlusconi e col cemento del suo carisma - ancora impresso negli occhi e nelle menti degli italiani quando, di questi tempi, due anni fa egli si lanciò in una appassionata rimonta portando sulle spalle il peso gravoso dell'intera coalizione - oggi la CdL può riprendere e portare a compimento quel cammino e così coinvolgere e trascinare l'intero popolo del centrodestra al di là di ogni steccato partitico. È riallacciando quel filo interrotto in quella notte del 9 aprile dallo sciagurato Prodi che l'alleanza nata nel '94 rivendica, checché ne dicano Veltroni e i peones del Pd, la piena legittimità ad imprimere una definitiva svolta di modernizzazione e di sviluppo al Paese. Del resto, gli storici sanno bene come anche una delle presidenze più significative per gli Usa, quella di Ronald Reagan, per portare a termine la sua poderosa stagione innovatrice ebbe bisogno del secondo mandato di governo. La CdL, per levare progressivamente l'ossigeno alla fiamma della propaganda veltroniana, potrà pertanto rivendicare senza imbarazzi la continuità di quanto di buono è stato fatto nel precedente esecutivo Berlusconi, nel doppio consequenziale obiettivo di arrestare le ambizioni del demiurgo Veltroni e riproporsi con tutte le carte in regola al governo nazionale. C'e un grande patrimonio di elettorato da rappresentare, e - cosa ancora più importante - c'è un intero Paese da risollevare e rimettere in moto dopo questi mesi di deprecabile immobilismo. Filippo Salone |
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Ragionpolitica, periodico on line n.250 del 5/2/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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