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Una lezione di democraziadi Stefano Magni - 8 febbraio 2008 Stiamo assistendo alle primarie statunitensi più appassionanti in assoluto. In Italia avevamo sempre considerato questo tipo di elezione come una caratteristica tipica unicamente della cultura politica americana recente (le primarie hanno meno di mezzo secolo di vita) e sicuramente non esportabile. Questa convinzione ha fatto sì che le primarie divenissero anche una «cenerentola» nella copertura data dai media. Invece, in questo caso, è la prima volta che assistiamo così dettagliatamente alla corsa dei vari candidati per vincere un biglietto (ancora tutto da giocare) per la Casa Bianca. Sono tante le lezioni che possiamo trarre da questo spettacolo. Il sistema delle primarie capovolge la logica politica elitaria tipica delle democrazie europee. Non è il partito che designa i candidati, ma sono questi ultimi che si associano spontaneamente al simbolo di un partito. In particolare, queste sono delle primarie caratterizzate dalla presenza di molti outsider della politica. Il che permette di evitare il rischio di una burocratizzazione (e di una conseguente deriva autoritaria) di un partito politico. In America la democrazia resta perennemente competitiva e i candidati non possono costruirsi posizioni di rendita o clientele fisse, perché devono conquistare il cuore e le menti dei cittadini, Stato dopo Stato, Contea dopo Contea. Un candidato di establishment come Mitt Romney (repubblicano), in ottimi rapporti con gli intellettuali conservatori e con gli ambienti imprenditoriali, è stato battuto da McCain, dato per spacciato fino a un mese fa. Il caso Romney-McCain dimostra che, contrariamente a un'antica leggenda marxista, le risorse finanziarie a disposizione dei candidati non sono determinanti. All'inizio della campagna elettorale, McCain disponeva di un quarto del capitale a disposizione di candidati quali Romney e Rudy Giuliani, ma è riuscito ugualmente a conquistare il consenso della maggior parte del popolo conservatore. La stessa cosa può valere anche per il Partito Democratico, dove Barack Obama (inizialmente più ammirato in Europa che in America) disponeva di meno sponsorizzazioni e meno contatti rispetto a Hillary Clinton. Semmai, queste elezioni dimostrano che è vero il contrario: è il consenso conquistato sul campo che determina la fortuna economica dei candidati. Gli sponsor vanno attirati e puntano i loro capitali sui futuri presidenti più papabili, anche dopo l'inizio della corsa. La campagna di McCain era in rosso nei giorni dei caucus dell'Iowa e adesso dispone di risorse milionarie; il miliardario Murdoch ha sponsorizzato Barack Obama dopo due settimane di vittorie. Idem dicasi per l'appoggio dei personaggi più influenti: i Kennedy hanno sostenuto Obama solo a elezioni avviate; McCain ora gode dell'endorsement di tutti i repubblicani più influenti (e di Sylvester Stallone), ma finché non ha iniziato a vincere uno Stato dopo l'altro, era un candidato solitario e controverso. Le primarie, dunque, sono elezioni che esaltano la competizione pura, in cui i candidati partono dal basso e arrivano ai vertici. L'esempio più lampante è il caucus: una forma di elezione in cui il programma del candidato viene presentato, in luogo pubblico, dai suoi sostenitori, dibattuto e scelto per acclamazione. Ci sono caucus in cui i votanti si schierano fisicamente da una parte all'altra del locale in cui si vota per indicare chi stanno votando. Negli Stati più grandi, ovviamente, si usano delle forme di voto molto più complesse e tecnologizzate (il voto elettronico è sempre più diffuso), ma il senso non cambia: le primarie americane sono l'essenza del federalismo. Gli Stati Uniti sono e restano una grande potenza non perché hanno un'autorità forte centrale che riesce ad imporre il suo potere su un territorio sterminato, ma perché è ancora costituita da tante piccole comunità attive che, per mezzo della competizione, selezionano istituzioni a livelli via via superiori, sia in termini di estensione che di potenza.
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Ragionpolitica, periodico on line n.250 del 5/2/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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