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Africa. Governi e guerre di rapina

di Anna Bono - 9 febbraio 2008

Non c'è guerra in Africa senza razzia, a prescindere dalle sue cause scatenanti. Il modo in cui i movimenti antigovernativi di un paese si procurano armi e munizioni varia: vendita di diamanti e di altre materie prime preziose, contributi di stati vicini con mire espansionistiche, sostegno internazionale (un tempo per via della Guerra fredda, adesso nell'ambito dello scontro Occidente-Islam). Ma, per sfamarsi, le loro milizie, e a volte anche quelle governative a corto di cibo, ricorrono praticamente tutte, prima o poi, alla semplice e poco rischiosa pratica di derubare gli abitanti dei territori in cui agiscono: quasi sempre poveri e ai limiti della sussistenza. Succede in Darfur, rendendo precaria l'esistenza dei civili anche ora che non sono più minacciati costantemente dalle milizie janjaweed; succede persino in Niger e Nigeria, benché i movimenti armati insorti contro i rispettivi governi affermino di lottare nell'interesse delle popolazioni locali escluse dai benefici delle attività estrattive (uranio in Niger e petrolio in Nigeria); e continua a succedere, seppure in aree circoscritte, in Uganda, Burundi, Repubblica Democratica del Congo, teatro di tre lunghi conflitti non ancora del tutto risolti.

In Uganda, le regioni settentrionali sono state in balia per oltre 20 anni dall'Esercito di resistenza del Signore, un movimento antigovernativo fondato da Joseph Kony: quel che ne resta, in attesa dell'esito dei negoziati in corso a Juba, in Sud Sudan, è concentrato in alcune località del territorio ugandese Acholi e nella Repubblica Democratica del Congo, nel parco nazionale del Garamba dove sopravvive cacciando animali protetti e depredando villaggi.

In Burundi l'unico movimento che non ha deposto le armi è l'Fnl, Forze nazionali di liberazione, che nel 2003 ha rifiutato di sottoscrivere il cessate-il-fuoco con cui si è conclusa la guerra tra Tutsi e Hutu scoppiata nel 1993 e costata 300.000 vittime. Le incursioni dei suoi miliziani ormai mirano soprattutto a procurare cibo e altri generi di prima necessità.

La situazione più drammatica è quella delle regioni orientali della Repubblica Democratica del Congo, dove restano attivi diversi gruppi armati. Quelli del Nord e Sud Kivu hanno appena firmato un accordo per un cessate-il-fuoco con Kinshasa, ma, se anche l'impegno di pace sarà rispettato, le loro milizie continueranno a vivere alle spalle delle popolazioni locali finché non saranno sciolte ed eventualmente integrate nell'esercito regolare. Il saccheggio ai danni dei civili è di sicuro una delle cause della più grave crisi umanitaria africana e, anzi, mondiale verificatasi negli ultimi anni. Uno studio svolto nel 2006-2007 dall'‘International rescue committee' e dall'istituto di ricerca australiano ‘Burnet Institute', i cui risultati sono stati pubblicati alla fine di gennaio, ha rivelato che, durante la guerra del 1998-2003 e per le sue conseguenze negli anni successivi, nell'ex-Zaire sono morte 5,4 milioni di persone, una media di 45.000 al mese, l'equivalente della popolazione dell'intera Danimarca. Tuttora il tasso di mortalità nel paese supera del 60% quello, già elevato, registrato negli altri stati dell'Africa subsahariana ed è dovuto essenzialmente a malnutrizione e a malattie come la malaria, la dissenteria e la polmonite.

Ma, come se questo non bastasse, le popolazioni africane, anche quelle in pace, sono oggetto di una forma sistematica e istituzionalizzata di razzia di proporzioni ancora maggiori e dagli effetti più devastanti: quella messa in atto dai loro stessi governi, tutti colpevoli in misura variabile, ma si direbbe senza eccezioni, di corruzione e malgoverno. Secondo la Banca Mondiale, dalle indipendenze nelle banche svizzere e britanniche sono affluiti da 20 a 40 miliardi di dollari, stornati dalle casse statali dei paesi africani. Una indagine svolta dalla Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo nel 2007 è arrivata inoltre alla conclusione che negli ultimi 30 anni dall'Africa sono stati esportati, per confluire in conti bancari e attività finanziarie privati, 400 miliardi di dollari, una media di 13 miliardi all'anno, pari al 7,6% del Prodotto Interno Lordo continentale e al 40% degli aiuti allo sviluppo ricevuti nel frattempo dalla cooperazione internazionale: e questo mentre il continente accumulava un debito estero di 215 miliardi di dollari.

! Anna Bono
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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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