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Perché il Pdl è la scelta vincentedi Filippo Salone - 13 febbraio 2008 Lo storico processo di innovazione negli equilibri della politica italiana intrapreso da Silvio Berlusconi con la discesa in campo del 1994 si è arricchito di una nuova, formidabile accelerazione con la decisione di presentare il Popolo della Libertà già alle prossime elezioni del 13 e 14 aprile. La scelta, oltre che coerente con la grande passione ideale che il presidente di Forza Italia aveva suscitato presso il suo popolo con la svolta di Piazza San Babila, a ben guardare ha grande possibilità di rivelarsi vincente per l'alleanza di centrodestra e, più in generale, benefica per la definitiva modernizzazione del Paese. In primo luogo, sul piano della competizione elettorale e dell'attrazione del consenso, in questo modo Silvio Berlusconi riprende tempestivamente in capo il crisma del rinnovamento, svuotando così di significato il progetto veltroniano del Pd in solitaria come «nuovo politico» e quindi la sua legittimazione ad arrogarsi la titolarità del cambiamento. Proprio per questo suo ulteriore scatto verso il popolo in movimento, Berlusconi, con la sua decisione di presentarsi con voce univoca insieme a Gianfranco Fini, dà vita ad un potenziale soggetto del 40%, pienamente legittimato a rappresentare la formazione di maggioranza relativa del sistema, frustrando così sul nascere tutte le aspirazioni di centralità del Partito Democratico. In questa più che fondata eventualità, e quindi forte del superamento sul suo stesso terreno del progetto egemonico veltroniano, l'accelerazione di Berlusconi e Fini acquisisce anche straordinaria valenza sul livello politico-istituzionale. Se l'aggregazione tra i due maggior partiti del centrodestra, come del resto emerso dalle dichiarazioni con cui si è voluta motivare la decisione, avrà per sbocco un unico e coeso gruppo parlamentare in grado di orientare e cementare l'azione della maggioranza eletta, allora anche il lavoro parlamentare e l'azione di governo ne ricaveranno indiscutibile funzionalità ed efficacia, depotenziando così di molto i rischi di divisione e paralisi. A supporto di questa convinzione non deve sorprendere l'orientamento di Udc e Lega di collocarsi a stretta adiacenza dell'aggregazione, in modo da puntellare ai lati l'alleanza demarcandone i confini. Una continuità di missione rispetto al 2001, che si arricchisce della legittima rappresentazione di istanze identitarie autonome ma comunque perfettamente compatibili con il baricentro ideale e programmatico della coalizione, sancito ora, in maniera poderosa, con l'istituzionalizzazione democratica della nuova formazione del Pdl. Un simile propellente di coesione innestato già prima del voto può del resto assicurare (al contrario dell'evoluzione del centrosinistra, che solo dopo le elezioni vide la lista dell'Ulivo germogliare nel Partito Democratico, determinando così inevitabili processi di scomposizione e lacerazione) l'adeguato soddisfacimento dell'ormai ineludibile bisogno di governabilità che grava sul Paese. Alla coerenza di questo ragionamento contribuisce non poco anche la scadenza del referendum del prossimo anno, che senza uno sviluppo di tal tipo avrebbe invasivamente destrutturato la vecchia CdL, con inevitabili ripercussioni critiche sugli assetti e gli equilibri dell'eventuale esecutivo di centrodestra. Per tutti questi motivi insieme, la scelta di mettere già da adesso in cammino il Popolo della Libertà si pone ancora una volta come storica frontiera di lungimiranza. Filippo Salone |
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Ragionpolitica, periodico on line n.251 del 12/2/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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