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Un problema irrisolto

di Matteo Gualdi - 13 febbraio 2008

Torna a salire la tensione in Medioriente dopo le dichiarazioni del presidente iraniano Ahmadinejad, che lunedì ha affermato: «L'Iran non scenderà a compromessi e non arretrerà nemmeno di un passo». Parole chiare, seguite a quelle dell'intervista rilasciata a Le Monde, con le quali Ahmadinejad ribadiva che «la sporca entità sionista prima o poi cadrà». A queste dichiarazioni hanno risposto oggi Israele e Germania. In una conferenza stampa congiunta in occasione della visita del primo ministro israeliano in terra tedesca, Olmert e la Merkel hanno reso noti i contenuti dei colloqui intercorsi, dicendo che «siamo certi che l'Iran sia impegnato in un'operazione segreta per costruire armi nucleari. Nessuna opzione dovrebbe essere esclusa per evitare che l'Iran vada avanti». D'altronde la trasferta di Olmert aveva come obiettivo proprio quello di coinvolgere ancora di più Berlino sulla linea dell'inasprimento delle sanzioni nei confronti di Teheran, e, a quanto pare, la Merkel non si è tirata indietro.

Ma le parole, per quanto importanti, contano fino ad un certo punto. Mentre l'Iran prosegue la sua corsa verso l'arma atomica, infatti, l'Onu e le grandi potenze stanno «giocando con dei pezzi di carta», per dirla con le parole di Ahmadinejad, il quale ritiene che i danni provocati dalle sanzioni economiche occidentali siano il «giusto prezzo» da pagare per consentire all'Iran di proseguire sulla strada intrapresa. Così, dopo che il problema sembrava passato in secondo piano a seguito del rapporto dell'intelligence americana che ridimensionava la minaccia iraniana, torna prepotentemente alla ribalta la questione del nucleare di Teheran e della sicurezza di Israele.

Nel momento in cui rigurgiti antisemiti si manifestano anche in Italia in occasione della Fiera del libro di Torino, con moderne versioni delle vecchie liste di proscrizione che compaiono su internet, la questione acquista nuovi, inquietanti aspetti. Combattere l'atomica di Teheran, oggi, non significa solamente lottare per un mondo libero dalla paura di un nuovo olocausto nucleare. Significa soprattutto combattere per il diritto di Israele ad esistere e per il diritto degli ebrei, di tutti gli ebrei, a vivere in libertà, senza la paura di un ritorno del passato, ma con la speranza di un futuro migliore. Significa difendere non solo i nostri fratelli ebrei, ma anche noi stessi, perché ciò che molti di noi non comprendono è che oggi ebrei e cristiani sono la stessa cosa agli occhi degli islamo-fascisti.

Chi si prodiga in silenziosi distinguo non ha capito la vera natura della minaccia che avanza. L'accoglienza riservata al Santo Padre alla Sapienza di Roma non è molto diversa da quella riservata ad Israele alla Fiera del libro di Torino, ed entrambe sono inaccettabili. L'unica cosa che non possiamo assolutamente tollerare è l'intolleranza, perché sarebbe un atto di viltà. Questo male - la viltà - è segno della più grande debolezza - la mancanza di ideali e della volontà di combattere in loro nome -, il segno che ormai non si crede più in nulla e si è disposti ad accettare tutto. Un nichilismo assoluto da rigettare con forza se vogliamo sperare in un futuro di pace.

Il silenzio assordante delle nostre istituzioni, oggi, fa venire in mente le parole di Martin Niemöller, pastore evangelico deportato a Dachau: «Prima sono venuti a prendere gli ebrei, ma io non alzai la voce perché non sono ebreo; poi vennero a prendere i comunisti, ma io non alzai la voce perché non sono comunista; poi vennero a prendere i sindacalisti, ma io non alzai la voce perché non sono sindacalista; poi vennero a prendere me, ma non era rimasto nessuno che potesse alzare la voce». Dobbiamo alzare la voce subito, ebrei e cristiani e - perché no - anche musulmani, per non accettare che rinasca, oggi, ciò che abbiamo sconfitto in passato.

! Matteo Gualdi
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