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Giovanni Pezzulo: un'altra vittima dei talebani

di Stefano Magni - 15 febbraio 2008

Il maresciallo Giovanni Pezzulo è il dodicesimo caduto in una «guerra di pace». Non era in missione di combattimento: stava distribuendo cibo, vestiario e sanitari agli abitanti di un villaggio della Valle di Uzeelin, a 60 km da Kabul. Il settore della capitale dell'Afghanistan non è considerata una zona di «prima linea» (sempre che si possano usare questi termini in una guerra di guerriglia contro un esercito irregolare), ma è giudicata relativamente sicura. Il contingente italiano non è impegnato in operazioni di attacco e rastrellamento delle basi talebane nel Sud dell'Afghanistan.

Eppure, anche mettendo assieme tutte queste «garanzie», un gruppo armato di talebani ha aperto il fuoco contro il convoglio italiano, provocando la morte di Giovanni Pezzulo e il ferimento di Enrico Mercuri. Le condoglianze per il militare defunto e gli auguri di una rapida guarigione del ferito sono giunte da tutti i partiti politici, nessuno escluso. Tuttavia Rifondazione Comunista, Partito dei Comunisti Italiani e Verdi hanno approfittato dell'occasione per rilanciare la loro battaglia sul ritiro dei militari. A nulla è servito l'invito di Romano Prodi a non strumentalizzare la vicenda, né la determinazione con cui i ministri della Difesa e degli Esteri si sono opposti a qualsiasi discussione sul ritiro.

I partiti della maggioranza, che siedono all'estrema sinistra del Parlamento, sono a favore del ritiro. Il problema è che l'ambiguità con cui l'Italia sta affrontando la sua missione in Afghanistan permette ai partiti della sinistra massimalista di presentarsi come i paladini della coerenza. La nostra missione è, appunto, «di pace», stando alle definizioni ufficiali. Il primo comunicato della Difesa che spiega l'accaduto di ieri non cita né la presenza di «talebani», né di «nemici», ma di «elementi armati ostili», quasi come se i nostri soldati si fossero imbattuti in una banda di sbandati violenti e armati e non fossero stati presi a bersaglio da nemici determinati a ucciderli. D'altra parte, se la nostra è una «missione di pace», noi non possiamo avere «nemici», perché ammetteremmo di essere in guerra. E, allo stesso tempo, siccome i nostri militari sono «in missione di pace», non sono autorizzati a compiere attacchi preventivi contro gruppi armati talebani nel momento in cui questi vengono avvistati, prima che possano nuocere. I nostri uomini possono solo difendersi se attaccati, possono proteggere i civili o intervenire al fianco di un'unità dell'esercito regolare afghano nel momento in cui questa dovesse essere attaccata. Probabilmente qualcosa di più aggressivo viene compiuto, ma nessuno lo può documentare.

PeaceReporter aveva lanciato alcune notizie di operazioni militari condotte dai nostri corpi speciali per stanare i terroristi. Se fosse vero, sarebbe da tirare un sospiro di sollievo: ci sarebbe qualcuno che sta lavorando per sconfiggere i talebani e, allo stesso tempo, per proteggere la vita dei nostri concittadini in armi. Però il comando italiano in Afghanistan si è subito mobilitato per smentire queste notizie: non c'è alcuna operazione di combattimento in corso, questa è la versione ufficiale. Mentre la sinistra massimalista ha approfittato dell'arrivo di queste notizie smentite per sollevare dubbi: siamo veramente in pace? Se la nostra è una «missione di pace», allora perché mandare dei militari che rischiano la vita tutti i giorni in scontri a fuoco? Non è meglio ritirare tutti i militari e lasciare sul campo solo le Ong, che aiutano i civili e magari riescono a farsi amici anche i talebani? Ammesso che i talebani stiano al gioco? E' per questo che la sinistra massimalista si può presentare come paladina della coerenza e si trova per le mani un'arma elettorale fortissima. A questa domanda di ritiro proveniente dalla sinistra non si può più rispondere con l'ambiguità seguita finora. Si deve dare una risposta forte e altrettanto coerente, rispondendo all'invito rivolto dal segretario alla Difesa statunitense Robert Gates agli alleati europei.

In Afghanistan è in corso una guerra. Non una guerra tra eserciti regolari, ma una guerriglia, senza fronti e senza retrovie. La Nato non sta avendo la meglio, perché un terzo delle forze dell'Alleanza non è autorizzato a compiere missioni di combattimento contro i talebani. Se vogliamo vincere e salvare le vite dei nostri uomini dobbiamo passare alla modalità di combattimento, impiegare tutte le forze Nato per stanare i talebani dalle loro basi e distruggerli, un tipo di operazione che può comportare perdite (non molto superiori a quelle che stiamo subendo in questi mesi) e vittime civili. La legge ce lo consentirebbe. Il tanto sbandierato articolo 11 della Costituzione ci proibisce di invadere un altro paese e di risolvere con la guerra una controversia internazionale.

Nel caso della nostra missione in Afghanistan, non stiamo invadendo alcun paese: stiamo semmai rispondendo alla richiesta di aiuto di un paese sovrano, affiancandone l'esercito regolare. E non stiamo neppure risolvendo una «controversia internazionale»: il nostro contingente opera sotto la bandiera della Nato e l'intervento è motivato dal principio di mutua difesa dell'Alleanza, visto che è iniziato subito dopo che un nostro alleato, gli Stati Uniti, è stato attaccato direttamente sul suo territorio l'11 settembre 2001. Sarebbe perfettamente legittimo mantenere i nostri uomini in Afghanistan e impiegarli in operazioni di guerra. L'alternativa è il ritiro e tutto il pesantissimo prezzo che questa scelta comporta: abbandonare gli alleati in un territorio ostile, indebolire un paese sovrano, facilitare il lavoro dei talebani e dei terroristi di Al Qaeda che stanno ricostituendo i loro «santuari» sia in Afghanistan che nelle regioni di confine con il Pakistan. E, nel lungo periodo, permettere ad Al Qaeda di trovare il tempo e i mezzi per lanciare altri attacchi contro le democrazie occidentali, Italia compresa. E' questo che vogliamo?

! Stefano Magni
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