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Il ritorno alla realtàdi Raffaele Iannuzzi - 15 febbraio 2008 La questione è molto semplice. La realtà si fa con la realtà, come ha felicemente osservato Tremonti. Dunque: torniamo alla realtà. Ai fatti testardi. I fatti ci dicono alcune cose inequivocabili. Primo: il governo Prodi ha sprecato due anni di ripresa economica. Due anni di vacche quasi grasse, con un trend positivo dell'economia internazionale, le borse in buona salute e bassa inflazione. Dunque, un buon panorama internazionale e una chance ghiotta per la ripresa. Invece, Prodi ha usato i soldi dell'extragettito fiscale, il tesoretto, per finanziare le corporazioni, ungere le ruote delle macchine politiche interne allo Stato, dare posti di lavoro super-pagati ai fedelissimi, occupare tutto l'occupabile con uno spreco di risorse che ha prodotto uno scatto politico quasi d'opposizione al governo stesso da parte di Bertinotti. Non solo. La tassazione è ulteriormente aumentata, unitamente alle imposte locali, che, secondo la storia finanziaria di questo Paese, sono sempre andate di pari passo. Le famiglie sono state così bersagliate e massacrate da un feroce attacco alle loro risorse economiche. La società, i corpi intermedi, tutto ciò non ha collocazione tra lo Stato padrone e l'individuo sfruttatore delle risorse pubbliche (con false privatizzazioni e prebende) è stato semplicemente annientato. Paradossalmente, è stato per così dire «inverato» l'assioma della Thatcher secondo il quale non esiste la società, ma l'individuo. In un universo concentrazionario, autoritario perché burocratizzato fino all'ultimo spazio possibile e immaginabile, e corporativizzato, effettivamente non esiste la società libera, il capitale sociale, la libera intrapresa, ma soltanto l'individuo che arraffa e gode della speculazione finanziaria e pubblica. La riprova di questo andazzo è il massiccio investimento da parte dei comuni, molti di sinistra, nei derivati, prodotti finanziari fasulli, che costano tutte le ingenti risorse dei cittadini che pagano molte gabelle al «socialismo municipale». La distruzione della società attraverso la leva pubblica e l'affermazione di un individualismo rapace e anti-sociale. Secondo: il governo Prodi non ha ereditato la crisi, ma l'ha prodotta. Ciò è chiaramente percepibile se pensiamo all'ingente extragettito, oltre 11 miliardi di euro, che si è ritrovato in cassa, come liquidità pura. Un debito pubblico sotto controllo. Inflazione bassa. Occupazione aumentata di due punti in percentuale rispetto al quinquennio precedente. Crescita in ripresa. Il governo Berlusconi stava risanando e rialimentando la macchina produttiva del Paese. L'altro dato che dimostra questa tesi è l'aumento delle esportazioni nel comparto manifatturiero e nel Made in Italy, i nostri due punti di forza. Prodi, insieme alla «premiata» ditta Padoa Schioppa & Visco, ha messo in piedi un collettivismo burocratico e uno Stato di polizia fiscale, mettendo in ginocchio le PMI. Gli studi di settore hanno poi dato il colpo di grazia. Terzo: Prodi è un boiardo di Stato che non vede altro che le leva strutturale, finanziaria, pubblica, con la quale ha fatto fortuna, pur essendo un assoluto mediocre anche in campo economico, che dovrebbe essere il suo dominio specialistico. Questo tratto per così dire «metodologico» prevede l'azzeramento di qualsiasi rapporto tra l'etica politica e l'etica della responsabilità e le finalità intraprese dallo Stato. Il pretesto di Prodi è stato sbandierato ad ogni piè sospinto: c'è la crisi, il Paese non va, dobbiamo liberalizzare, ci vogliono le riforme, etc. Questa litanìa propagandistica ha fornito la giustificazione per ogni azione ideata e realizzata dal governo. Allora, ecco che abbiamo avuto la distruzione di una buona legge, la Bossi-Fini, e, al suo posto, abbiamo trovato l'anarchia metodologica e l'apertura indiscriminata delle frontiere, con innalzamento esponenziale dell'illegalità urbana di massa. Nichilismo statal-corporativo, questo, che ha dato la stura ad ogni vagheggiamento ideologico residualmente presente in una minoranza attiva del governo, tenuta molto in considerazione da Prodi, vicino a questo modo di sentire e gestire la cosa pubblica. Il boiardismo di Stato, al pari della deriva finanziaria dell'economia, altro fiore all'occhiello di questa subcultura della sinistra decadente e tecnocratica, è un prodotto storico del nichilismo compiuto di questo tempo, insieme iper-tecnocratico e impolitico. Dunque, la via maestra della politica, della nostra politica, non potrà che far leva su questo ordinato e consequenziale ritorno alla realtà, privilegiando tre assi determinati del pensiero e dell'azione: a) la libertà come fatto integrale della vita, sia personale che sociale; b) la crescita di peso specifico dei corpi intermedi, dalla famiglia alle reti associative (non si governa senza rapporto fecondo con i corpi intermedi); c) l'attacco frontale al nichilismo compiuto attraverso due operazioni determinate, il recupero della sicurezza e della legalità e la ripresa del tema identitario in modo da far risaltare la statura morale, religiosa e culturale (ergo: politica) dell'Italia. Il tema delle tasse si inscrive nel primo punto e trova fondamento in un assetto etico-politico equilibrato e vicino al sentire comune del nostro popolo.
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Ragionpolitica, periodico on line n.251 del 12/2/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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