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Elezioni: due modelli di società a confrontodi Aurora Franceschelli - 16 febbraio 2008 La crisi dello Stato e delle istituzioni che si è abbattuta sull'Italia, e che ha avuto come conseguenza una profonda crisi della società, ha origini molto profonde, che affondano su un humus delicato: quello che si è venuto a creare con lo sviluppo del processo di globalizzazione, a sua volta espressione di un percorso di evoluzione del capitalismo improntato al modello consumistico. Questo modello, che si è originò durante la crisi americana del '29 e che si istituzionalizzò con la politica keynesiana del New Deal, doveva costituire una risposta alla crisi dei consumi; lo Stato interveniva direttamente nel processo economico per rianimare il sistema produttivo, e lo faceva attraverso l'incremento della spesa pubblica con il disavanzo di bilancio: fine ultimo era quello di elevare il livello totale della spesa per rimettere in moto la produzione industriale. Il disavanzo poneva un solo problema, cioè quello della sua copertura: esso avrebbe dovuto essere coperto con l'indebitamento. Con lo sviluppo del processo di globalizzazione - che ha costituito una sorta di fenomeno di estensione del capitalismo caratterizzata, però, dall'abbattimento delle barriere tecniche, culturali e politiche che usualmente lo hanno limitato - l'economia finanziaria si è sganciata da quella reale, creando i presupposti dell'attuale sovranità dei mercati finanziari e degli organismi sovranazionali: sono questi i nuovi poteri che hanno sottratto ai governi nazionali la possibilità di controllare lo sviluppo economico e sociale, riducendo l'efficacia degli strumenti di politica economica. L'adozione della moneta unica avvenuta nel 2002 ha poi ulteriormente ridotto la capacità decisionale degli Stati appartenenti al Mercato unico, impedendogli di operare la svalutazione della moneta. Da allora gli strumenti in mano ai governi per far ripartire l'economia in periodi di crisi si sono notevolmente ridimensionati: infatti i tassi di cambio e d'interesse, le politiche industriali e commerciali, il livello della spesa pubblica e d'indebitamento di ciascun Paese sono sempre più condizionati da quanto succede sui mercati globali. E' dunque in una situazione nella quale lo Stato nazionale è stato svuotato delle sue prerogative di indirizzo assoluto della politica economica che la politica in quanto tale, messa in crisi da un'evoluzione dell'economia globalizzata, deve recuperare terreno e credibilità, e lo deve fare anche al di fuori dell'ambito puramente economicistico: lo deve fare soprattutto sul terreno della difesa della sua identità sociale e storica. Certo, durante una campagna elettorale, i programmi di politica economica possono essere capaci di influire notevolmente sul voto, ma, in un contesto come quello attuale, dove la globalizzazione, i flussi migratori e demografici determinano un forte senso di disorientamento nelle nostre società occidentali, l'economia non basta. E' fondamentale spingere anche sul tema dell'identità e sulle proprie radici culturali. Un tema, quest'ultimo, sul quale in Francia Sarkozy ha investito molto durante la sua campagna elettorale, proprio per dare una risposta al senso di smarrimento ed incertezza che dominava la società francese. E così accade anche negli Stati Uniti, dove la campagna elettorale di McCain, Obama e la Clinton appaiono improntate a porre l'accento su aspetti legati al concetto di identità: si va da quella più patriottica di McCain, a quella di Obama, che rispecchia le rivendicazioni della società nera e degli americani più giovani, a quella, infine, di un personaggio come Hilary Clinton, che richiama l'identificazione delle donne e delle comunità ispaniche. Anche in Italia, con la trasformazione politica in atto, sembra si stia assistendo a qualcosa di simile: il Pd, sotto l'onda d'urto del ciclone vessatorio del Governo Prodi, sembra, per ora solo nei proclami (bisognerà verificare la realtà dei fatti), voler percorrere una politica economica assai simile, negli scopi, a quella proposta da Berlusconi: si va dallo sviluppo delle opere infrastrutturali alla proposizione del tema energetico, dall'alleggerimento del carico fiscale alla volontà, comune ad entrambi, di estromettere i partitini che imbrigliano il gioco democratico e di ridurre i costi della politica. A costituire l'elemento discriminante tra destra e sinistra durante la campagna elettorale, dunque, non potrà essere solo il tema dell'economia, che sicuramente costituisce un aspetto determinante visto e considerato il momento critico in cui versa il Paese: dovrà essere anche la visione differente della società, della sua struttura. Il PdL imposta la sua azione politica partendo dalle esigenze della società, dal popolo che ha bisogno di recuperare le sicurezze perdute, sicurezze che non sono solo economiche, che non riguardano una visione unicamente materialistica della realtà, ma anche spirituale. Tentare di aumentare i salari attraverso la defiscalizzazione degli straordinari, per il PdL, significa non solo migliorare il benessere economico dei cittadini, ma incentivare la possibilità di esprimere il merito, un merito che spesso è stato disincentivato da una politica fiscale vessatoria e da una visione della società, quella della sinistra, che ha sempre teso ad equiparare i lavoratori indipendentemente dal rendimento e dalle qualità. E la visione differente emerge anche in riferimento al disegno della società che PdL e Pd propongono nell'età dell'immigrazione: se da una parte il modello proposto dal Popolo della Libertà è quello di un'immigrazione economica, quindi controllata e attenta alla tutela dello Stato sociale, dell'ordine e della sicurezza per il Paese, dall'altra ciò che sostiene il Pd è il modello Roma, quello creato dal suo ormai ex sindaco Veltroni, dove a dominare sono state l'emergenza rom e la criminalità. E ancora, se da una parte si reputa fondamentale recuperare appieno i principi di autorità e responsabilità, dall'altra non si riesce a scalfire il radicamento di quella cultura sessantottina per la quale tutto è consentito ed i diritti prescindono dai doveri. E' anche su questo terreno, dunque, su quello di una visione differente di organizzazione della società che si giocherà la partita dele elezioni: da una parte vi è quella del Pd, sviluppata in senso verticale, secondo una dinamica che va dallo Stato ai cittadini; dall'altra, invece, una visione non solo verticale, dai cittadini allo Stato, ma anche orizzontale, improntata alla cultura della responsabiltà dei cittadini, orientata quindi ad un alleggerimento del peso della Stato e alla valorizzazione del merito di chiunque possa contribuire a far risollevare il Paese. Solo, così, partendo da presupposti che trascendono l'aspetto puramente economico, il nostro Paese potrà cominciare a risollevarsi.
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Ragionpolitica, periodico on line n.251 del 12/2/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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