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Per una cooperazione allo sviluppo che tuteli gli interessi italiani

di Anna Bono - 16 febbraio 2008

Abbiamo bisogno di un esecutivo che non sperperi i nostri soldi in aiuti ad altri stati superflui o mal indirizzati. Non si tratta solo di smetterla con iniziative come quella, decisa dal governo Prodi, di contribuire con 34 milioni di euro a tener pulita dalla spazzatura la capitale del Libano, Beirut, mentre la Campania affonda nei rifiuti, ma anche di ridiscutere i criteri di intervento della cooperazione allo sviluppo evitando di impegnarsi in aiuti sconsiderati: come quelli trionfalmente offerti al Kenya proprio negli anni in cui quel Paese, malgrado il cambio di leadership politica, continuava a passare da uno scandalo finanziario all'altro riuscendo persino a trasformare la Commissione Anticorruzione imposta e finanziata dai donors internazionali in un' «agenzia di protezione» dei politici corrotti, ovviamente facendo sparire nel nulla anche i fondi ad essa destinati. Non per niente lo scorso 27 dicembre l'elettorato kenyano, rivelandosi più maturo di quanto si immaginasse, ha bocciato oltre metà dei ministri del governo uscente candidatisi al parlamento.

Quindi, a conclusione del loro mandato, il ministro degli Esteri Massimo D'Alema e i suoi collaboratori dovrebbero rendere conto, ad esempio, dei 44 milioni di euro di cui il Kenya era debitore nei confronti dell'Italia e che sono stati condonati all'inizio del 2007 a condizione che fossero riconvertiti in fondi per lo sviluppo: ci sarà pure, e se non c'è dovrebbe esserci, un rapporto indirizzato dal governo kenyano al nostro in cui si illustri il modo in cui sono stati usati. Di questo dovrebbe preoccuparsi Patrizia Sentinelli, viceministro degli esteri con delega alla cooperazione, invece di continuare a deplorare - lo ha fatto ancora una volta il 14 febbraio a commento di un documento pubblicato dall'Ocse - i tagli alla cooperazione del precedente governo Berlusconi vantandosi degli «enormi sforzi compiuti negli ultimi due anni, per la parte di competenza del Ministero degli Esteri, per aumentare sensibilmente i fondi che, passando da 382 milioni ai 778 previsti nella Finanziaria 2008, sono di fatto raddoppiati». Gli «enormi sforzi» di cui parla, in fin dei conti, li hanno fatti i contribuenti italiani, sacrificando una parte cospicua del loro reddito, e non è detto che lo abbiano fatto volentieri, tanto più sapendo che quei fondi vanno a sostegno di regimi corrotti e arricchiscono leader senza scrupoli.

Va detto che, quando si tratta di Africa, anche governi per altri versi esemplari, sembrano navigare a vista.Nel 2003 George W. Bush, durante un viaggio nel continente, aveva illustrato la sua nuova politica di sviluppo all'insegna dello slogan «trade but not aid»: commercio, non aiuti. Poi in realtà gli Stati Uniti, insieme alla Gran Bretagna ed altri stati occidentali, hanno come al solito inondato l'Africa di finanziamenti a scopo assistenziale, riuscendo a mala pena, e non sempre, a mantenere la promessa di condizionarne l'assegnazione all'efficacia documentata degli investimenti e al rispetto degli accordi sottoscritti.

Tra i governi africani più assistiti c'è quello dell'Uganda, ad esempio, che beneficia tra l'altro degli ingenti contributi per la lotta all'Aids messi a disposizione dal Fondo internazionale per la lotta all'Aids, alla malaria e alla tubercolosi che l'Italia ha generosamente concorso a far nascere. Ebbene, la gestione dei capitali donati è pessima al punto che per ben due volte il Fondo ha deciso di sospenderne l'erogazione, salvo per fini strettamente necessari alla sopravvivenza degli assistiti, sperando in questo modo di indurre il presidente Yoweri Museveni a rimediare. Va aggiunto che, per quanto il bilancio statale dell'Uganda dipenda in ampia misura dagli aiuti internazionali, questo non ha impedito a Museveni di pretendere con una riforma costituzionale l'abolizione della norma che limitava a due i mandati presidenziali consentiti ad un cittadino, il che gli ha permesso di candidarsi per la terza volta alla carica di capo di stato. Dopo la scontata vittoria elettorale, Museveni ha nominato ministro delle Finanze suo fratello, Salim Saleh, benché avesse alle spalle una storia di scandali finanziari.

Bush è tornato in Africa in questi giorni per un'ultima visita da presidente. Si recherà anche in Tanzania dove è atteso per la firma dell'ingresso di questo Paese nella Millenium Challange Corporation, un'agenzia federale nata quattro anni fa che assegna aiuti allo sviluppo a governi che abbiano dato prova di buon governo e di interesse per il bene collettivo. Ed è un vero peccato che proprio in questi giorni il primo ministro tanzaniano e altri due ministri, dell'Energia e della Cooperazione con l'Africa Orientale, siano stati costretti a dare le dimissioni perché coinvolti in uno caso di corruzione. Il governo di conseguenza è stato sciolto, il presidente Jakaya Kikwete ha conferito l'incarico di formare un nuovo governo al Segretario di stato Mizengo Pinda che attende l'approvazione della sua nomina da parte del parlamento per avviare le consultazioni.

! Anna Bono
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