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Nessuna strumentalizzazione sull'aborto

di Laura Cavallari - 16 febbraio 2008

Sembrava fosse oramai un argomento che si affronta con la normalità (sic) della quotidianità, ma oggi più di ieri (per fortuna) l'aborto è tornato ad essere uno dei temi principali. Proprio ieri, nella maggior parte delle piazze italiane si sono tenuti presidi e sit-in per protestare contro quanto avvenuto al policlinico napoletano Federico II, dove una donna è stata interrogata dalla polizia subito dopo essersi sottoposta a un'interruzione volontaria di gravidanza alla ventesima settimana. Tralasciando i molti dubbi sull'accaduto e sulla correttezza della presentazione mediatica di un blitz che aveva il sapore di un poliziesco americano più che di un accertamento di regolarità dell'aborto, l'interrogativo è: viene davvero messo in dubbio il principio dell'aborto, come le manifestanti acclamavano? La risposta è molto semplice: no.

Proporre una moratoria all'Onu sull'aborto significa difendere il diritto alla vita, dal concepimento sino alla morte e responsabilizzare ogni donna su una scelta dalla quale non si torna più indietro. L'anno scorso, a Torino, una ragazza di appena tredici anni è stata ricoverata in ospedale a causa di una crisi psicologica conseguente ad un'interruzione di gravidanza, effettuata senza esserne totalmente consapevole. In Italia, secondo i dati presentati al Parlamento durante la relazione sulla legge 194, vi è un aborto ogni 4 bambini nati e, nel 2005, 1314 erano effettuati da minorenni, di cui ben il 65% dichiarava di ricorrere all'aborto per motivi psicologici, ovvero perché «non si sentivano pronte». Non solo, secondo quanto ammesso dal ministro Turco, ricorrono all'aborto soprattutto le donne immigrate, che non conoscono la legge né i consultori e che non prendono contraccettivi.

Il problema non è di nazionalità ma di forma mentis: o si prende il contraccettivo, oppure si ricorre all'aborto. In altre parole, per molte donne, l'aborto è una forma di contraccezione. Nei giorni scorsi un telegiornale ha presentato il caso di una donna, madre di tre figli, incinta del quarto, che annunciava di voler abortire perché non aveva i soldi per mantenere un altro figlio. È questo il punto: una donna non ha utilizzato i contraccettivi, ha deciso di abortire, tanto che alla richiesta da parte della giornalista se avesse pensato all'adozione ha risposto candidamente qualcosa del tipo: «Non riuscirei a togliermi qualcosa che è mio». Nonostante la legge 194 preveda un incremento delle attività volte a tutelare la maternità è noto che nelle strutture sanitarie spesso è insufficiente il lavoro che viene svolto in questo senso e le donne si trovano sole ad affrontare difficoltà pratiche ed emotive, per cui alla fine sembra quasi che la scelta di abortire sia la più semplice e la meno dolorosa.

L'interruzione di una gravidanza non è la celebrazione di un diritto riconosciuto alle donne ma la drammatica conseguenza di un fallimento delle Istituzioni che dovrebbero fare molto di più per consentire sempre e comunque alle donne di diventare madri, aiutandole a conciliare la maternità con il lavoro, i problemi economici, di salute, famigliari o sociali. Suscita quindi perplessità l'ex ministro, Livia Turco quando dichiara che la moratoria sull'aborto lanciata da Giuliano Ferrara ha un approccio «astratto, che prescinde dall'esperienza della vita umana». Sarà...ma allora perché ieri si è presa la briga di scendere in piazza per prendersi gli applausi delle manifestanti di ieri e ha proposto di dedicare la festa dell'8 marzo all'aborto (e di nuovo applausi)? Di nuovo la risposta è semplice: doveri di campagna elettorale.

Laura Cavallari

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