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6 marzo 2008
 
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E Walter imbarcò Di Pietro...

di Gianteo Bordero - 16 febbraio 2008

Dicono di rappresentare il nuovo, ma poi imbarcano il vecchio. Promettono di andar da soli alle elezioni, ma poi iniziano ad allearsi con gli stessi «nanetti» che fino a ieri consideravano come la sciagura del sistema politico italiano. Il Partito Democratico e il suo segretario, Walter Veltroni, dopo aver annunciato ai quattro venti la rupture con la «larghissima» Unione prodiana del 2006, hanno deciso di stringere un patto - oggi elettorale, domani politico - con Antonio Di Pietro e la sua Italia dei Valori. E il dialogo per altri, eventuali accordi è aperto anche con i Radicali. Le belle parole e i buoni auspici lasciano dunque il passo alla realpolitik, l'ideale della «vocazione maggioritaria» alla necessità di accorciare la distanza da Berlusconi. E così assistiamo al fatto curioso per cui il fautore della corsa in solitaria, che fino ad una settimana fa accusava il centrodestra di riprodurre una coalizione in perfetto stile unionista, si ritrova oggi a dover rincorrere un Cavaliere che ha già chiuso la questione promuovendo la lista unica del Pdl e sbarrando le porte ad ipotesi di altri apparentamenti oltre a quello, stipulato su base territoriale, con la Lega Nord - che difatti presenterà il suo simbolo soltanto nelle regioni settentrionali. Evidentemente la paura (di perdere) fa novanta anche dalle parti del loft di Sant'Anastasia, dove nei giorni scorsi si sono susseguiti gli incontri con più o meno probabili alleati del Pd.

Ma oltre a questo dato di aritmetica elettorale occorre osservare che la scelta veltroniana di stringere un patto con Di Pietro pone anche una significativa questione politica al Partito Democratico. Il ministro delle Infrastrutture del governo Prodi, infatti, rappresenta simbolicamente due posizioni dalle quali il Pd, per bocca del suo stesso segretario, ha preso, anche di recente e in maniera abbastanza netta, le distanze. Primo: Di Pietro è ancora, agli occhi degli italiani, il pm di Mani Pulite, colui che inquisì i partiti democratici della prima Repubblica, che mise sotto torchio e alla gogna mediatica, con i suoi interrogatori, Bettino Craxi e Arnaldo Forlani. Secondo: il leader dell'Italia dei Valori è, tra tutti i protagonisti della scena politica italiana, quello che con maggiore convinzione e dedizione ha cavalcato, da qualche mese a questa parte, l'onda dell'antipolitica e del grillismo, facendo entrare in parlamento, attraverso proposte di legge, i desiderata del popolo dei blog anti-Casta. Dunque, abbracciare Di Pietro annunciando che gli eletti del suo partito, dopo il voto, entreranno a far parte dei gruppi parlamentari del Pd, non può non significare abbracciare anche, in qualche modo, ciò di cui egli è simbolo: il giustizialismo e l'antipolitica, due atteggiamenti che Walter Veltroni, nel suo discorso di Spello, ha criticato in maniera piuttosto aperta.

E all'interno del Partito Democratico non mancano i mal di pancia per l'accordo con il fondatore dell'Italia dei Valori. Sul Foglio di giovedì, ad esempio, a manifestare le loro perplessità sono stati due esponenti di spicco del Pd come Peppino Caldarola e Antonio Polito. «Come si fa a dimenticare - si è chiesto Caldarola - che proprio Di Pietro, quando stava al governo con noi, un giorno sì e uno no dichiarava di volerci mandare in galera? E che ne sarà della nostra campagna responsabile e dialogante con Berlusconi, con dipietristi e grillisti che lo chiamano "psiconano"? L'accordo con l'Italia dei Valori - ha concluso l'ex direttore dell'Unità - è una scelta che nega la nostra cultura politica». Polito, dal canto suo, ha sottolineato che «senza dir niente a nessuno si sono rimesse in discussione scelte compiute da regolari congressi, votando solenni documenti in cui si diceva che cosa doveva essere il Pd e da quali forze era composto... Dall'alleanza con Di Pietro desumo che il Pd si schiererà non solo contro la legge sulle intercettazioni annunciata dal centrodestra, ma anche contro la sua stessa riforma, voluta dal suo governo in questa legislatura».

Una decisione non priva di conseguenze politiche, dunque, quella di fare corsa comune con l'ex pm del Pool milanese, resa ancor più pesante dalla contestuale esclusione di un accordo con i Socialisti di Enrico Borselli, sicuramente più omogenei, dal punto di vista programmatico, al Partito Democratico, ma più «leggeri» dal punto di vista del consenso e infine incompatibili con quel Di Pietro che, nel '93, collaborò in prima linea alla distruzione per via giudiziaria del Psi. Oggi Veltroni, nei suoi discorsi sulla «bella politica», elogia il Craxi di Sigonella e lo inserisce tra i grandi della storia politica italiana. Alla prova dei fatti, però, si muove nella direzione opposta, preferendo agli eredi di Bettino i suoi aguzzini. E meno male che quella inaugurata dal segretario del Pd doveva essere una «nuova stagione» per la sinistra italiana! Se il buongiorno si vede dal mattino...

! Gianteo Bordero
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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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