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numero 280
6 marzo 2008
 
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Buchi nell'acqua

di Andrea Camaiora - 21 febbraio 2008

Ultimi giorni di scuola alla Camera e al Senato. Quando il 10 marzo saranno chiuse le liste si entrerà nel vivo della campagna elettorale e, per un po', non sentiremo più parlare di disegni o proposte di legge, lavori d'aula e di commissione, maggioranze traballanti e sedute rissose. Dopo venti mesi di governo Romano Prodi è caduto. Durante questi venti mesi la maggioranza, che aveva nel Partito Democratico il suo motore, aveva messo molta carne al fuoco. Proviamo a scorrere insieme alcuni dei provvedimenti più discussi che abortiscono per la conclusione anticipata della XV legislatura.

Anzitutto la legge sul conflitto di interessi, tanto invocata durante la campagna elettorale dal centrosinistra. A inizio legislatura una nuova proposta fu subito presentata da Dario Franceschini. La delicata pratica finì poi sul tavolo della commissione Affari costituzionali della Camera, presieduta da Luciano Violante. Nonostante gli sforzi del navigato Violante e dopo un primo esame da parte dell'aula di Montecitorio, la normativa è poi ritornata all'esame della commissione parlamentare essenzialmente a causa delle divisioni interne alla maggioranza.

Una sorte se possibile ancora più infelice ha avuto la legge sull'editoria, firmata Ricardo Franco Levi. Infatti il ddl Levi non è mai neppure stato calendarizzato nell'ambito dei lavori del parlamento. Del lavoro «di sistema» di Levi resta poco al di là delle infinite chiacchiere spese dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio e dell'insoddisfazione di editori e giornalisti. La Finanziaria 2008 ha infatti provveduto a recepire solo alcune delle prescrizioni contenute nel ddl, in particolare per la parte relativa alle norme finanziarie (contributi all'editoria, tariffe postali agevolate).

Non ha visto la luce neppure la riforma del cinema che avrebbe dovuto superare quella varata durante il governo Berlusconi. Vanno quindi a farsi benedire i progetti dei parlamentari cinefili Vittoria Franco (ex Ds) e Andrea Colasio (ex Margherita). Tra gli obiettivi dei due esponenti del Pd c'era l'aumento del Fus (Fondo unico per lo spettacolo), da ottenere mediante una tassa di scopo da applicare a tutti i soggetti del circuito cinematografico, ma soprattutto la creazione di un Centro nazionale per il cinema e l'audiovisivo che avrebbe gestito gli interventi pubblici di sostegno e di promozione culturale e industriale: in pratica l'ennesima casamatta!

Ma il governo Prodi non è riuscito a portare a termine nemmeno la riforma del sistema radiotelevisivo: il ddl 1825 non è mai decollato. E fortunatamente! Si sarebbe trattato di una riforma capestro per una delle principali aziende del nostro Paese, Mediaset. Una riforma liberticida, come l'ha più volte bollata Silvio Berlusconi (ma non è stato morbido nel qualificarla neppure il senatore Franco Debenedetti), finita anch'essa in una bolla di sapone. Resta il fatto che la Corte di Giustizia di Lussemburgo, il 31 gennaio scorso, ha definito illegittima l'attribuzione delle frequenze radiotelevisive italiane e dunque una soluzione andrà trovata al più presto, nella prossima legislatura, per non incorrere nelle pesantissime sanzioni previste in sede europea.

Dulcis in fundo, non è andato in porto neppure il ridisegno della Rai tanto agognato dalla sinistra. Ricordiamo infatti che obiettivo della maggioranza, più volte denunciato dal capogruppo di Forza Italia in Vigilanza Rai Giorgio Lainati, era quello di allontanare a parole la politica dall'azienda di Viale Mazzini, per completare in realtà, una volta per tutte, l'occupazione degli spazi, prevedendo parallelamente un nuovo CdA allargato e lottizzabile dalla sterminata compagine dei partiti della compianta Unione. Il suk arabo messo in piedi in autunno per la stesura della Finanziaria dai partiti della sinistra, i numeri risicati della maggioranza e la caparbia opposizione di Forza Italia hanno sbarrato la strada a questo disegno di legge che si è definitivamente arenato nell'ottava Commissione del Senato grazie all'esperienza del capogruppo azzurro Luigi Grillo. Tuttavia la crisi della Rai è di fronte agli occhi di tutti e appare sempre più necessaria una riforma radicale che, mettendo da parte l'ideologia e le logiche di spartizione del potere, sappia conferire nuovamente alla tv di Stato la sua funzione primaria e cioè il servizio pubblico. E' una delle sfide che attendono il Popolo della Libertà dopo il 14 aprile.

Andrea Camaiora

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