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Cuba: Fidel Castro rassegna le dimissionidi Stefano Magni - 21 febbraio 2008 Stalin morì ucciso dal suo stesso entourage. Breznev morì di malattia, ma la sua agonia fu circondata dal mistero. Ceausescu fu fucilato dal suo esercito. Pol Pot fu catturato nella giungla. Milosevic morì in carcere. Fidel Castro è andato semplicemente in pensione a causa di una grave malattia senile. Sono fini diverse per differenti regimi comunisti. Anche il comunismo tropicale dell'isola caraibica, dopo 49 anni di potere assoluto e ininterrotto, ora sembra troppo stanco per poter proseguire la sua strada. Non ci sono discendenti all'altezza di Fidel Castro. Il fratello Raul, anziano quanto Fidel, da un anno parla di socialismo di mercato e ha già fatto diversi accenni alla possibilità di riallacciare rapporti con gli Stati Uniti. Altri leader emergenti cubani non ci sono. Ma soprattutto è difficile che qualche oscuro dirigente del partito comunista cubano riesca a far risorgere quel mix di passione nazionalista e comunismo sovietico che aveva reso Cuba un simbolo per tutti i movimenti terzomondisti negli anni '60 e anche nella stessa sinistra europea delusa dall'Urss. Con la rivoluzione cubana del 1959 era nato il mito dell'indipendenza dagli Stati Uniti. La propaganda filo-cubana spacciava la presenza commerciale statunitense sull'isola come una nuova forma di colonialismo, anche se l'isola era ormai indipendente e sovrana da un pezzo. Il dittatore Fulgencio Batista, che aveva sospeso la Costituzione democratica del 1940, era un populista di sinistra, nazionalista convinto anche lui, ma la propaganda dei rivoluzionari filo-sovietici lo ha sempre mostrato come un politico di estrema destra al servizio delle mafie e della Cia. L'isola, prima della rivoluzione, era uno dei paesi più avanzati e benestanti di tutta l'America Latina, ma la retorica castrista l'ha trasformato in un misero paese sfruttato dagli Stati Uniti, che invece sull'isola portavano capitali e lavoro. Oggi è impossibile ricostruire un'immagine positiva della Cuba pre-castrista: la cultura popolare, entusiasta di Castro, l'ha letteralmente cancellata. Chi osa parlarne ancora (come l'attore e regista Andy Garcia nel suo ultimo lavoro) viene letteralmente ostracizzato dalla comunità intellettuale. L'idea dell'esistenza di una Cuba relativamente benestante prima dell'instaurazione del regime comunista sarebbe stata di ostacolo al mito. Quel che gli intellettuali marxisti volevano vedere era tutt'altra cosa: un'isola che, non solo dichiara l'indipendenza nazionale, ma anche quella economica. Un angolo di terra che si sottrae al mercato e al capitalismo mondiale e proprio per questo riesce a garantire maggior benessere e la giustizia sociale. Cuba fu un punto di riferimento ideologico fondamentale anche per la sinistra non comunista e fu alla base di una nuova politica per i comunisti filo-sovietici: l'esportazione della rivoluzione cubana in tutti i paesi del terzo mondo, sia quelli ancora sottoposti al regime coloniale, sia quelli già indipendenti. Secondo la dottrina castrista, solo il socialismo garantisce l'indipendenza reale (sia da un governo straniero che dalle multinazionali), per cui si vollero sostenere progetti socialisti in tutti gli Stati nascenti dell'Africa, dell'Asia e dell'America Latina. Gli intellettuali di sinistra hanno sperato che Cuba esportasse la rivoluzione in tutto il terzo mondo. Non hanno voluto vedere che dietro i termini retorici di «esportazione della rivoluzione» c'erano decine di migliaia di soldati cubani, quasi mai volontari, inviati ai quattro angoli del mondo a combattere lunghe guerre civili. Angola, Mozambico, Etiopia, il più vicino Nicaragua, sono stati la tomba di uomini e donne inviati a combattere come manovalanza dell'Unione Sovietica, tutte guerre sostenute da un Cremlino che non voleva esporsi troppo in primo piano per evitare complicazioni in tempi di Guerra Fredda. E queste sono le operazioni condotte alla luce del sole. Poi ci sono quelle coperte, ma ormai dimostrate da prove e testimonianze: il sostegno al terrorismo e alla guerriglia delle Farc in Colombia, l'appoggio dell'Eta contro la Spagna, i contatti con i regimi sponsor del terrorismo (Libia e Iran), l'appoggio alla guerriglia comunista nel Salvador, i contatti segreti con l'Ira irlandese. Gli intellettuali di sinistra volevano vedere un popolo intero dedito alla rivoluzione, salvo qualche «spia» o «terrorista» mandato dagli Stati Uniti. In realtà il popolo cubano non lo fu mai, anche perché erano fuorilegge i rivoluzionari che non aderivano al comunismo di Castro, compresi coloro che avevano combattuto con le armi in pugno contro Batista. Dal 1959 ad oggi, il regime castrista ha incarcerato circa 200.000 persone per motivi politici. Ed è ancora imprecisato il numero delle vittime del regime. Il politologo statunitense Rudolph J. Rummel calcola una stima media di 73.000 assassinati: 24 volte il numero delle vittime di Pinochet, 6 volte tanto il numero delle vittime del regime di destra in Argentina. E su una popolazione relativamente piccola, che oggi conta 11 milioni di persone. Gli intellettuali di sinistra hanno visto in Cuba un modello di sviluppo totalmente indipendente dal mercato. Ma la popolazione vive in miseria, con il cibo razionato, come da noi in tempo di guerra. E' lo Stato che assegna il cibo alle famiglie e lo fa con estrema parsimonia: la gente si lamenta di non avere carne, di mangiare riso con i parassiti, di non ricevere scorte sufficienti a garantirsi almeno un pasto decente al giorno. Non è possibile scegliere il proprio lavoro: è lo Stato che assegna i lavoratori dove «servono». Non è possibile intraprendere alcuna iniziativa privata. E la salvezza non può neppure giungere dall'estero: i pochi imprenditori stranieri che decidono di investire a Cuba, si trovano costretti a pagare i salari dei loro dipendenti allo Stato, il quale trattiene il grosso della somma versata per finanziare «infrastrutture e servizi». Il fiore all'occhiello del sistema cubano, la sanità, viene spacciata ancora come una delle migliori del mondo. Ma le testimonianze degli esuli e la stampa indipendente cubana rivelano scenari ben diversi: carenza cronica di autoambulanze, ospedali infestati dai topi, locali sporchi di escrementi di animali, acqua contaminata, strutture in cui scarseggia l'energia elettrica e devono usare lampade a petrolio, pazienti costretti a portarsi lenzuola e luce da casa, ospedali che devono sospendere per mesi tutte le operazioni chirurgiche per mancanza di attrazzature di base e anestetici. La propaganda di Castro ha sempre attribuito la colpa di tutto ciò all'embargo imposto dagli Stati Uniti il 7 febbraio 1962 e mai revocato. Tuttavia c'è qualcosa che non torna. Perché gli Stati Uniti, nonostante i vincoli legali, sono sempre il settimo Paese esportatore a Cuba. Ma soprattutto perché, fino al 1991, Cuba è stata sostenuta economicamente dall'Unione Sovietica. E dopo la dissoluzione dell'Urss il regime di Castro ha stabilito nuovi contatti commerciali con l'Europa, con i paesi ex sovietici e, dal 1998, mantiene rapporti commerciali privilegiati con il Venezuela di Hugo Chavez, il maggior produttore di petrolio di tutta l'America Latina. Tuttora il Venezuela vende il petrolio a Cuba a prezzi politici, fuori mercato. E' il modello economico cubano che non ha permesso alla popolazione di vivere bene. Ora l'isola è una delle aree più povere del pianeta e anche la più povera dell'America Latina, con un Pil pro-capite pari a meno di un terzo di paesi come il Cile e l'Argentina. Ora anche i più incalliti filo-castristi mostrano segni di stanchezza: per dover sostenere un mito così distante dalla realtà. Persino sul quotidiano di Rifondazione Comunista, Liberazione, incominciano a comparire articoli critici sulla realtà cubana. Dal 19 febbraio Fidel Castro stesso, il padre e il simbolo della rivoluzione cubana, ha rassegnato le dimissioni da presidente e comandante in capo delle forze armate. Quanto dovremo aspettare prima che sia il regime stesso ad andare in pensione?
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Ragionpolitica, periodico on line n.252 del 19/2/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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