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numero 280
6 marzo 2008
 
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I primi cento giorni

di Emanuela Melchiorre - 21 febbraio 2008

È buona norma per un politico, quando deve fare una scelta, ragionare su due differenti livelli temporali. Il primo livello è quello del breve periodo, che si estende fino a un anno di attività, mentre il secondo livello riguarda un arco temporale più ampio, dai due ai dieci anni circa. I politici più lungimiranti riescono a pensare in termini temporali più lunghi, che vanno ben oltre la normale durata di un paio di legislature. Sono i cosiddetti «cavalli di razza» che purtroppo sono sempre pochi nella storia dell'umanità.

Alcune politiche economiche, infatti, manifestano i loro risultati nell'immediato; altre richiedono un lag temporale più lungo. Un esempio del primo genere di politiche è l'aumento delle disponibilità finanziarie delle famiglie mediante l'abbassamento della pressione fiscale, che permette, in breve tempo, di aumentare i consumi. Un esempio del secondo genere di politiche, invece, è una riduzione delle imposizioni fiscali alle imprese, che permette maggiori investimenti, che esplica i suoi effetti nell'arco di 5 o 10 anni. Da qui l'esigenza di elaborare sia un programma dei primi «cento giorni», come si suol dire, che abbia effetti immediati, sia un programma pluriennale di sviluppo degli investimenti al fine di aumentare la produttività.

La situazione economica italiana è a rischio recessione, poiché al di là dei trionfalismi di Prodi, che si picca di aver rilanciato il sistema economico, la realtà è invece ben diversa, perché l'economia ha imboccato la via del declino e ora subisce l'andamento della congiuntura economica europea, anch'essa in grave empasse, mentre il resto del mondo, Asia compresa, è in ansia per gli effetti provocati dalla bolla speculativa sull'economia degli Stati Uniti. Le bugie che il Professore ha raccontato dal suo pulpito riguardanti la ripresa economica del sistema Italia si scontrano con l'aumento del costo della vita per le famiglie, con le crescenti difficoltà dei giovani di trovare lavoro e con gli stipendi da paesi sottosviluppati.

È questo il momento di rimboccarsi le maniche e di rimediare ai tanti danni che il governo Prodi ha causato. È essenziale restituire alle famiglie il mal tolto a causa delle tasse di TPS e di Visco, restituire loro la possibilità di disporre dei redditi percepiti grazie ad una attività lavorativa onesta e che sono stati decurtati, per non dire altro, da una imposizione fiscale del 44% del Pil e forse più, senza contare il costo dei servizi pubblici, la cui inefficienza fa aumentare la pressione fiscale occulta. Giustamente si dice che se il fisco si appropria di circa metà del reddito anche la nazione più forte si ripiega su se stessa e corre verso la povertà. È quindi essenziale agire nell'immediato, riportando subito, fin dal primo consiglio dei ministri, il grado di imposizione fiscale almeno al livello precedente le due ultime vessatorie leggi Finanziarie.

Nell'arco di due anni è necessario, inoltre, abbassare ulteriormente le imposte in modo da raggiungere un livello funzionale alla formazione del reddito, come avviene negli Stati Uniti, in cui l'imposizione fiscale è mediamente al di sotto di un terzo del reddito. Queste politiche di sviluppo richiedono sia coraggio, poiché i parametri di Maastricht non permettono ai governi firmatari ampi margini di manovra, sia autorevolezza, perchè le politiche, prima di essere messe in atto, devono essere credute e ben accolte dagli operatori economici, siano essi imprese o famiglie.

E se è vero che l'autorevolezza, come si suol dire, «la si guadagna ad etti e la si perde a chili», riconquistarla non sarà una impresa facile, anche perché ai problemi economici si affiancano quelli sociali, tra cui in primo piano quelli della sicurezza dei cittadini. In termini economici, interessa anche la sicurezza per gli investimenti di capitale straniero necessari alla crescita economica. Occorre ripristinare i «fattori di competitività di sistema» dell'Italia che pare oggi cooperino, invece, per respingere gli investimenti esteri, piuttosto che per attrarli. Un caso emblematico è stato, durante la legislatura appena conclusa con la sfiducia al Senato, quello del rigassificatore di Brindisi nella cui implementazione aveva concorso per 400 milioni di euro la Brindisi LNG (ex British Gas), che ha costituito il maggior investimento britannico nel Sud Italia. Il rigassificatore non ha trovato un compimento, nonostante avesse ricevuto tutte le autorizzazioni governative, facendo «perdere la faccia» all'Italia di fronte agli investitori stranieri. Un altro esempio analogo riguarda l'acquisto dell'Alitalia da parte dell'Air France, anch'esso divenuto incerto.

Nel medio lungo periodo è essenziale riprendere le politiche di sviluppo del precedente governo Berlusconi, che prevedevano la realizzazione di grandi opere pubbliche e di investimenti per rendere efficienti i servizi di pubblica utilità. Quindi sarà importante, nell'arco dei prossimi due o tre anni, la costruzione di termovalorizzatori per rendere economicamente sostenibile la gestione dei rifiuti, non solo campani, ma anche di tutte le regioni meno virtuose, nel rispetto dell'ambiente e non più come attività strumentale agli interessi personali e particolari degli amministratori locali. È essenziale, altresì, riprendere la costruzione dei rigassificatori, anch'essa improvvidamente interrotta, che permetterà la diversificazione delle fonti di approvvigionamento e quindi a costi minori, riducendo la dipendenza dai maggiori fornitori esteri, non sempre del tutto affidabili. Più in generale, occorre riprendere i piani di sviluppo di una politica nazionale energetica, che preveda un mix efficiente di fonti di energia tale che consideri il nucleare come fonte principale e che releghi i «mulini a vento» dell'eolico, il fotovoltaico e le biomasse a funzioni loro proprie, che sono del tutto marginali.

Emanuela Melchiorre

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