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L'Onu tassa internet per sconfiggere la povertàdi Anna Bono - 23 febbraio 2008 La propaganda antioccidentale ha, come era prevedibile, approfittato del viaggio di George W. Bush in Africa per colpire. Sono fioccati nei giorni scorsi, riportati dai mass media di tutto il mondo, commenti e interviste il cui contenuto mirava a dimostrare a tutti i costi quanto infido, cinico e falso sia il presidente americano e, naturalmente, con lui l'Occidente intero. Non potendo negare i miliardari aiuti occidentali alla lotta contro Aids, malaria e tubercolosi, si detto, ad esempio, che quelli della Casa Bianca sono stati sborsati con l'unico scopo di migliorare l'immagine del presidente, «impopolare in patria e in gran parte del mondo», e mascherare le attività predatorie della maggiore potenza mondiale affamata di materie prime: lo ha sostenuto un editoriale del Daily Trust, un quotidiano nigeriano in cui Bush è definito il «santo patrono, senza vergogna, del terrorismo di stato». (MISNA, 18/2/2008) Né poteva mancare il consueto attacco al neoliberismo ritenuto causa primaria delle attuali difficoltà del continente africano: non solo spogliato delle sue risorse - come se dall'Africa uscisse anche solo un barile di petrolio senza essere stato debitamente pagato - ma anche penalizzato dai mercati internazionali. L'ex ministro della cultura del Mali, la scrittrice Aminata Dramane Traoré, intervistata il 17 febbraio dal Corriere della Sera, ha denunciato ad esempio e per l'ennesima volta i sussidi che i governi occidentali concedono ai loro agricoltori e che danneggerebbero in particolare i produttori africani di cotone: perchè Bush non aiuta gli africani a rendere più competitivo il loro cotone? - domandava Traoré nell'intervista, incredibilmente inconsapevole che è dovere di un governo tutelare gli interessi del proprio paese, non degli altri, e che tutt'al più si può auspicare che, nel farlo, non danneggi nessuno. A prescindere da ciò, il fatto è che questi ragionamenti non giovano all'immagine dell'Occidente. Se poi ai giornalisti e agli scrittori si aggiungono le Nazioni Unite, la questione diventa ancora più preoccupante. Due notizie diffuse questa settimana non hanno ricevuto la dovuta attenzione. La prima è che, secondo il nuovo consigliere speciale del Segretario Generale dell'ONU, Philippe Douste-Blazy, l'Occidente non sta facendo abbastanza per combattere la povertà, ancora dilagante soprattutto in Africa: e allora ha proposto di tassare e-commerce e giochi Internet per racimolare soldi e realizzare entro il termine previsto del 2015 gli Obiettivi del Millennio per dimezzare la povertà stabiliti dal Palazzo di Vetro nel 2000. «Bisogna agire contro le cause della povertà o si dovrà fare i conti con l'umiliazione, la collera e la disperazione di miliardi di esseri umani in miseria» sostiene Douste-Blazy. Naturalmente ha ragione, ma sbaglia nell'individuazione di cause e rimedi. La povertà, almeno in Africa, è determinata da modi di produzione inadeguati a cui si aggiungono malgoverno e corruzione. Rimediare con apporti di risorse eccedenti prodotte altrove non significa eliminarne le cause, ma soltanto attenuarne i disagi. La seconda notizia è che Jean Ziegler, da tempo relatore speciale delle Nazioni Unite per il diritto all'alimentazione, si è espresso con sdegno contro i nuovi accordi di partenariato economico tra Unione Europea e blocco ACP (Africa, Caraibi, Pacifico) che dovrebbero prima o poi entrare in vigore liberalizzando i rapporti commerciali tra i paesi contraenti con conseguenze a suo dire catastrofiche per i contadini africani. Ziegler è un sociologo, non un economista, ma questo non basta a spiegare la sua persistente incapacità di individuare le reali cause dei problemi che affliggono l'Africa e in particolare i suoi agricoltori. Oppure nessuno gli ha mai illustrato i danni enormi causati al settore agricolo africano dopo le indipendenze ad esempio dal sistema degli enti di commercializzazione statali con cui i governi hanno sistematicamente derubato i loro contadini. Intesi in teoria a stabilizzare i prezzi, acquistando i raccolti a un prezzo costante e proteggendo così i produttori dalle fluttuazioni dei mercati, in realtà li hanno costretti a vendere al prezzo deciso dallo stato, spesso molto inferiore a quello dei mercati mondiali: è successo che abbiano percepito addirittura l'11% di quanto avrebbero guadagnato se avessero potuto vendere i loro raccolti direttamente. Inoltre i capitali così incamerati non sono stati capitalizzati e tanto meno reinvestiti nel settore agricolo, se non in minima parte. E questo è solo uno dei modi in cui in Africa i governi effettuano prelievi disastrosi sui redditi agrari.
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Ragionpolitica, periodico on line n.252 del 19/2/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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