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La crescita vicino allo zero

di Fabrizio Goria - 23 febbraio 2008

La crescita economica italiana registra ancora un freno. La nuova impennata del costo del petrolio ha provocato la revisione al ribasso delle stime di Confindustria per l'anno in corso. Ora il tasso di crescita previsto è dello 0,3%, il più basso d'Europa. Proprio pochi giorni fa venivano diramati i dati riguardanti la produzione industriale italiana per il 2007, sempre da Confindustria, ed i dati elaborati su base Istat non erano affatto confortanti. Per il dicembre scorso si è registrata una variazione congiunturale negativa dello 0,5% (destagionalizzata) mentre per la variazione tendenziale annua l'indice è in calo del 4%. Ma se si contano solamente i giorni lavorativi la diminuzione è del 6,5%, un dato in netta controtendenza rispetto al resto d'Europa. Infatti il monito che giunge alle istituzioni da Luca Cordero di Montezemolo è duro e riguarda anche le scelte sulla politica energetica di slegamento dall'utilizzo del petrolio. Si, perché se il costo dello stesso si manterrà costante intorno ai 90 $ al barile, la parola recessione non deve essere dimenticata. La soluzione quindi è l'uso di fonti rinnovabili ed incentivazione alla costruzione di rigassificatori costieri, come quello di Panigaglia. Una parola che fa tremare alla sola pronuncia, ma che è stato nominata dal presidente di Confindustria, per la prima volta riguardo all'Italia, che ricorda anche che «la congiuntura internazionale già da novembre dava segnali forti, questi grandi turbamenti finanziari sono molto negativi sulla crescita e sulla situazione economica generale soprattutto per chi, come le imprese, non vivono nei salotti della speculazione o in quelli ovattati della Finanza».

Le imprese sono allo strenuo delle forze, le famiglie anche, i conti pubblici idem. La crescita economica è psicologicamente ferma e la percezione dell'inflazione è ben oltre il dato reale, attestato al 2,9% secondo i dati Istat. Viene lecito domandarsi se la politica economica dettata nei 20 mesi di legislatura dal governo Prodi abbia potuto influire sull'attuale condizione italiana, divisa fra oneri fiscali, oltre il 40%, ed una produzione industriale in netto rallentamento.

Ma il vero problema per il nostro Paese non è solo l'incubo che prende il nome di recessione. Infatti, se torniamo indietro di qualche mese, ai primi di settembre, possiamo ricordare la crisi economica che ha colpito il settore immobiliare americani, i celebri mutui subprimes. Ora, l'esposizione al rischio dei mercati mondiali è stata quantificata dal ministro delle Finanze tedesco Peer Steinbrueck in 400 miliardi di dollari, ma solo una quota, pari a circa 160 miliardi, è stata assorbita dagli stessi mercati. Il resto dei crediti cartolarizzati fallati è ancora sui mercati internazionali, pronti a far scoppiare la bolla, come nei recenti casi Société Générale, terza banca francese, o Credit Suisse. Purtroppo, ancora nessuna notizia per quanto riguarda gli istituti di credito italiani che, come Unicredit Group, operano molto all'estero. Il rischio derivati è ampio per tutti gli operatori dei mercati, ma sembra che il settore italiano sia per ora immune al contagio, al contrario dei cugini transalpini o svizzeri, già pesantemente colpiti dalla crisi anche a mesi di distanza. Lungi dal creare allarmismi inutili, è singolare che nessuna banca italiana abbia ancora annunciato svalutazioni sugli strumenti derivati. Le possibilità sono che il modello italiano di vigilanza e controllo sia esportato nel resto del mondo, oppure che anche da noi si verifichino dei crack a breve termine, in concomitanza con la presentazione dei bilanci consolidati dell'anno appena trascorso. In questo clima di incertezza, sia finanziaria che politica, l'Italia corre molti rischi. Siamo tornati ad essere la maglia nera d'Europa dopo il risanamento dei conti pubblici con Giulio Tremonti. Il compito che ci attende sarà molto duro, forse peggio del 2001.

Fabrizio Goria

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