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6 marzo 2008
 
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La sinistra e le valigie di Fidel

di Pietro De Leo - 23 febbraio 2008

Mordecai Richler, l'autore dell'irriverente e indimenticabile Versione di Barney, scrisse un divertente pezzo giornalistico in cui, irridendo tutti i fanatici delle teorie complottistiche buone per tutte le stagioni, immaginò una macchinazione della Cia dietro alla bocciatura di Fidel Castro ad un provino per la squadra di baseball della Washington Senators. E' un aneddoto, questo, che si ricollega ad un'altra «bocciatura» eccellente, quella di Adolf Hitler all'accademia delle Belle Arti di Vienna, una delusione che, a detta di molti, influenzò parecchio la sua tenuta emotiva. Divertirsi con la «storia dei se» è un gioco accattivante quanto drammatico: con Adolf Hitler in giro tra gallerie d'arte ed esposizioni e con Fidel Castro lanciato verso la prima base in un affollato match allo Stadium dei New York Giants, il mondo sarebbe stato inequivocabilmente diverso, se non migliore.

Ora che, dopo 50 anni, ha deciso di abbandonare lo scettro del potere a Cuba, è opportuno domandarsi cosa sarà della sinistra senza Fidel Castro. Ora che il mondo è cambiato, trascinandosi con sè l'idea tanto progressista che ci sarebbe stato sempre e comunque quell'angolo puro dell'altro mondo possibile, dove l'imperialismo e le logiche di mercato dell'Occidente bifolco rimangono fuori dalla porta. E chi se ne importa se, poi, la tensione a questo Eldorado culturale si è sempre retto voltandosi dall'altra parte di fronte a violenze e violazioni di diritti umani. Perché su questo, in sostanza, si reggeva e si regge l'altro mondo possibile, prima guidato dall'Urss e ora da un gruppo di Stati che si tengono per mano, sbilanciano il mercato energetico e stravolgono il tanto odiato sistema globale creandone un altro parallelo e competitivo, per il semplice fatto che, in casa loro, il welfare non esiste.

Castro se ne va, e lascia una sinistra in mezzo al guado. In Europa, il gauchismo perde, sotto i colpi di quel Sarkozy che ha creato una nuova grandeur francese che guarda agli Stati Uniti. L'europeismo gaucista perde, perché l'idea di un continente senza identità, senza popolo e con delle istituzioni deboli è naufragata di fronte alle esigenze storiche che chiedono una guida forte e scelte chiare. Per di più, l'ultimo barlume di un sessantottismo in eterno ritorno, cioè il movimento pacifista, è tornato in silenzio, sconfitto dall'andamento delle cose in Iraq, dalla surge del generale Petraus che sta dando buoni risultati nella pacificazione dell'area. E «tradito» da Obama. Quell'eroe inconsapevole (o almeno così ci piace credere) della sinistra europea, che parla di sogni ma anche di cose concrete, di solidarietà ma anche di sicurezza, di povertà ma anche di mercato. E prega. Tutte cose che al radical chic, ovviamente, fanno arricciare un po' il naso.

Forse è stato meglio così, non poteva scegliere momento migliore Fidel Castro per fare le valigie dal belvedere dello scenario internazionale e far trapelare la promessa di un ricambio generazionale alla guida del suo Paese. Anche se, come giustamente rivelano i cubani, non cambierà nulla. Sarà semplicemente una manovra di reorientamento politico che fin qui abbiamo visto anche in Cina, dove i comunisti si sono divisi in oltranzisti e un po' meno oltranzisti, ma loro sono sempre quelli. Il modo di governare è sempre quello, come, purtroppo, gli squilibri sociali.

! Pietro De Leo
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