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6 marzo 2008
 
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Eurasia domani

di Gabriele Cazzulini - 26 febbraio 2008

Nel penultimo fine settimana di febbraio San Pietroburgo ha rispolverato la sua antica vocazione imperiale ospitando il summit dei leader della Csi. Gran parata di figure un tempo accompagnate dal tiro a sei, cotonate e imparruccate con tanto di mantelli e corti al seguito. Poi una diligente schiera di burocrati comunisti in attesa di ricevere le direttive di Mosca. E oggi? Un club privé senza regole e senza poteri all'infuori di una sola eccezione: la Russia, cioè il 99% di quanto decide la Csi. Csi, quindi Russia. Elementare quanto granitico principio. La Csi era nata con un'unica ragione sociale: liquidare l'Urss in modo pacifico, permettendo alle Repubbliche satelliti di rompere le righe e avviarsi ognuna verso il proprio sole dell'avvenire.

L'ultimo vertice presieduto da Putin ha provato ad invertire questo corso storico con due importanti correttivi. Primo: riformulare l'architettura istituzionale della Csi, ridotta a zerbino sopra a cui i leader si puliscono le suole una volta all'anno. Oggi la Csi è meno di una veste trasparante cucita su misura di Mosca. Secondo: collocando in Mosca un nuovo baricentro d'integrazione, si raffredda la smania di correre verso Bruxelles. Nella lotta per le ultime gocce di petrolio e l'accesso alle riserve di gas naturale il controllo del Caucaso è decisivo. Idem per l'accesso al Medioriente, all'India e alla Cina. Rifare la comunità degli Stati indipendenti significa riprodurre nell'Asia centrale una forma d'integrazione analoga a quella europea per la circolazione di uomini, merci, servizi e capitali. Il Giardino dell'Eden dove finora c'è la Cecenia e l'estremismo islamico clandestino.

A sgualcire questa cartolina dal mondo dei sogni sono le mani ruvide di chi è abituato a maneggiare con cura lo scettro del potere. La Russia nella Csi è come nell'Ue una Germania, o una Francia, moltiplicata per dieci. E non si tratta solo di un problema di taglia, ma di un potere che travalica le regole democratiche. Dicesi autocrazia, specialità della culinaria politica russa. Infatti nel vocabolario di Putin integrare è sinonimo di inglobare. Se la nuova Csi sarà il vassoio d'argento per riportare il Caucaso in bocca alla Russia, allora gli altri membri della Csi non suderanno sette camicie per restaurare la gloria del loro antico padrone. E' pur vero che l'Europa, a parte per l'Ucraina, è davvero lontana e ogni ammiccamento alla Nato scatena le ire funeste della Russia.

La realtà è che oggi il Caucaso è frammentato perché incapace di elaborare una prospettiva geopolitica comune. Per certi tratti riproduce la grande crisi del Medioriente: uniformità storica e religiosa, oltre ad abbondanti riserve energetiche naturali - ma una radicale carenza di integrazione tra le sue élites dirigenti che sono risucchiate dalle rivalità interne e sovrastate dall'asfissiante tensione del conflitto con Israele e gli estremisti islamici. Il Caucaso ha l'unico vantaggio di non soffrire la piaga di un conflitto che sparge sangue e morte da mezzo secolo. Però è circondato da una superpotenza che non può gareggiare su scala globale, ma può ancora influenzare pesantemente i suoi ex satelliti. E così resta lo scacco matto al futuro, come l'integrazione resta tutta un'altra storia, da scrivere con nuove parole e nuovi personaggi. Forse, Medvedev...

! Gabriele Cazzulini
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