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Italiani all'estero, si salvi chi può

di Anna Bono - 28 febbraio 2008

Correva voce nelle scorse settimane, ma di sicuro si è trattato di una «leggenda metropolitana» come tante altre, che l'Italia, al contrario di altri stati, fosse reticente a distribuire il piano d'emergenza che in caso di crisi garantisce la protezione e, se necessario, l'evacuazione degli italiani residenti in Kenya: questo per non offendere il Paese ospite, dimostrando scarsa fiducia nella capacità delle istituzioni locali di assicurare sicurezza e ordine pubblico.

A sembrare «leggenda metropolitana» era la notizia sulla preoccupazione del nostro governo di non offendere quello kenyano; perché invece era vero il fatto che il piano d'evacuazione non fosse stato distribuito e questo malgrado la crisi politico-sociale scoppiata all'indomani delle elezioni del 27 dicembre, e tuttora in atto, responsabile di oltre 1.500 morti e di un numero di sfollati e profughi che va da 300.000 a 600.000. Sembra che il 12 febbraio Pierandrea Magistrati, da un anno ambasciatore italiano a Nairobi, abbia detto durante la sua prima visita a Malindi, la cittadina turistica affacciata sull'Oceano Indiano dove abita e lavora una delle più grosse comunità italiane del paese: «Il piano c'è, ma non ve lo diciamo, ve lo diremo solo quando ci sarà l'emergenza». Come si può leggere sul sito web Mal di Malindi, nel quale è stata pubblicata la cronaca dell'incontro tra Magistrati e una folta rappresentanza di nostri connazionali residenti sulla costa kenyana, dopo questa affermazione «qualcuno ha fatto notare che è come se si dicesse ai passeggeri di un aereoplano "vi diremo come evacuare solo quando si renderà effettivamente necessario", cioè quando l'emergenza è già in atto e i passeggeri cercano di uscire disperatamente dall'aeroplano e certamente non stanno a sentire le hostess che danno solo in quel momento il foglietto dove ci sono scritte le uscite di emergenza, da leggere attentamente. Caro ambasciatore - così si conclude il resoconto sull'evento - come ci comunicherete il piano di evacuazione quando l'emergenza sarà già in atto e i telefoni non funzioneranno per le linee intasate? Con i segnali di fumo? Non mi venga a dire che c'è una persona predisposta scelta dall'ambasciata che ha la radio e che è a disposizione di tutti quelli che, in caso d'emergenza, uno alla volta per carità, dovranno andare da lei a farsi spiegare il piano».

Quello di salvare la pelle, peraltro, non è l'unico dei problemi che gli italiani di Malindi speravano di poter affrontare con l'ambasciatore. Quasi tutti quelli che lavorano sulla costa sono impiegati nel settore del turismo o nel suo indotto, hanno subìto perdite economiche a causa della crisi e del conseguente, drastico calo degli arrivi, proprio in uno dei periodi di maggiore afflusso turistico, e temono per il futuro. Ma la risposta all'ansia espressa dai portavoce della comunità è stata: «Cari imprenditori, non ve l'ha ordinato il dottore di venire a investire in Kenya». Che questo sia indiscutibilmente vero, non ha mitigato la delusione di chi si aspettava dall'ambasciatore proposte, informazioni, suggerimenti e, almeno a parole, un po' di solidarietà e conforto.

Né vi è stata l'attesa assunzione di impegni in merito all'importante questione del regime fiscale degli italiani in Kenya che si trascina ormai da troppo tempo. Una prima convenzione tra Roma e Nairobi, sottoscritta nel lontano 1979, non è stata mai ratificata dal governo kenyano e quindi non è mai entrata in vigore. Nel 1997 ne è stata redatta una seconda che sostanzialmente ricalca la precedente, ma da allora sono passati undici anni (30 dalla prima firma), e ancora Kenya e Italia non hanno provveduto allo scambio degli strumenti di ratifica necessario a rendere il provvedimento operativo. Gli italiani hanno chiesto all'ambasciatore di attivarsi per accelerare i tempi, ma tutto quello che ne hanno ricavato è: «Non dipende da noi, ma dal governo del Kenya».

C'era ancora un altro problema che stava a cuore agli italiani di Malindi: la tassa sulla casa, se pagarla oppure no. Una nuova ordinanza dispone infatti che le ville private siano incluse nella stessa categoria di quelle a uso commerciale (affittate ai turisti, per esempio) e che i proprietari paghino una licenza, come già si fa per queste ultime, pena l'arresto e il deferimento in corte. Qui l'ambasciatore Magistrati non ha avuto paura di offendere nessuno e ha suggerito di non pagare.

! Anna Bono
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Ragionpolitica, periodico on line n.253 del 26/2/2008
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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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