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numero 280
6 marzo 2008
 
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Lo sviluppo dell'«Eurasia» come centro politico-economico del futuro

di Raffaele Boldracchi - 28 febbraio 2008

Negli ultimi mesi abbiamo assistito ad una serie di eventi globali a carattere economico-politico che necessitano di un comun denominatore. Dal lato economico osserviamo che, mentre la Ue rallenta considerevolmente la sua crescita, Cina, Russia ed India continuano a registrare tassi di crescita prossimi alle due cifre. Grandi multinazionali europee stipulano accordi di coproduzione in Cina, India, e Russia ed i (neo)capitalismi russo, indiano e cinese ci hanno ormai abituati alle loro operazioni di merge and acquisition in giro per il mondo sfruttando i proventi del loro export a sempre maggiore valore aggiunto ed utilizzando in maniera aggressiva i loro «Fondi sovrani» imitati, in questo, dai ricchi emirati del Golfo. Mentre la Ue dipende quasi totalmente dal gas russo e dell'Asia centrale per il fabbisogno energetico ed accetta di aprire a capitali russi il ricco mercato interno della distribuzione del gas, il Governo kazakho pone condizioni capestro all'«ENI» esautorandola, in pratica, dal ruolo assegnatole, illo tempore, di principale operatore del giacimento kazakho di Kashagan. Capitali cinesi vengono mobilizzati per costruire infrastrutture per il trasporto degli idrocarburi del mar Caspio verso il mercato cinese e, nel 2006, le imprese indiane hanno registrato acquisizioni straniere per un controvalore di oltre 15 miliardi di USD, tre volte quelle registrate nel 2005. Nel novembre scorso, la compagnia russa «Rusal», operante nel settore dell'alluminio, ha acquisito la svizzera «Glencore», divenendo il maggior produttore mondiale di alluminio.

A livello politico i media non cessano di porre l'accento sul rinnovato attivismo russo sugli scacchieri mondiali mettendo in risalto la decisione di opporsi alla secessione (USA driven) del Kossovo dalla Serbia, o la decisione russa di organizzare - nell'ambito della «Shangai Cooperation Organisation (SCO)"» che ragruppa, oltre a Cina e Russia, anche le principali repubbliche centro-asiatiche - delle manovre militari congiunte cino-russe non senza avere invitato l'Iran alle riunioni «SCO» come osservatore. Le due Coree sembrano ormai pronte a cancellare i dissapori sorti negli anni '50, e miglioramenti notevoli caratterizzano tanto le relazioni indo-pakistane quanto quello cino-indiane. Le relazioni euro-atlantiche sono, d'altro lato, giunte ad un minimo strorico come ben segnalato dal fatto che perfino il nuovo governo britannico di Gordon Brown mostra di volere prendere le distanze dal rapporto privilegiato con gli Usa avendo iniziato un processo di disimpegno delle sue truppe dall'Iraq e una parte non secondaria dei paesi Ue si oppone alla soluzione prospettata, per il Kossovo, dalle amministrazioni Clinton e Bush.

In effetti, quello cui stiamo attualmente assistendo potrebbe essere la conseguenza diretta di un ben preciso trend economico destinato a consolidare, nel medio-lungo periodo, una bipolaritá economica costituita essenzialmente da blocchi imperniati sugli Usa e sull' Eurasia. I «tre mondi economici», come eravamo abituati a conoscerli prima dell'abbattimento del muro di Berlino del 1989 - con il blocco occidentale del mondo libero costituito da Usa, Europa occidentale, Giappone ed Australia contrapposto al mondo comunista costituito da Europa dell'Est, Urss e Cina, e con i Paesi del Sud del mondo (America Latina, Medio Oriente, Africa, Asia meridionale e sud orientale) contesi tra i due blocchi -, non esistono piú, ed il nuovo mondo con, per ora, l'unica superpotenza americana é una realtá in divenire e sempre in cerca del fantomatico «nuovo ordine mondiale».

Secondo vari «think tank» economici «Eurasia contro Usa» potrebbe essere il motivo economico dominante dei prossimi decenni con tutte le ripercussioni politiche del caso. Il gruppo «Euroasiatico» andrebbe ad imperniarsi sulla Ue (compresi i Balcani occidentali e la Turchia), l'ex Unione Sovietica, la Cina, il Sud ed il Sud Est asiatico e (probabilmente) il Giappone, mentre, quello a guida «Usa» dovrebbe comprendere essenzialmente Stati Uniti, Canada, Messico, Sud America e (probabilmente, ma non é sicuro viti i loro interessi asiatici) Australia e Nuova Zelanda. Il «Grande Medioriente» e l'Africa dovrebbero restare in bilico tra i due blocchi e manovre politiche sono in atto, tra le varie componenti, per assicurarsene le alleanze e per cercare di «spingerne» fuori i componenti dell'altro blocco. A questo proposito basterá considerare l'attivismo cinese in Africa e le difficoltá Usa in Iraq ed Afghanistan (cui prodest?). Queste previsioni poggiano su dati macro-economici ormai consolidati e a cui la sfera politica globale ha cominciato ad adattarsi anche se, apparentemente, sono solo le componenti centro-orientali del supercontinente euroasiatico (i.e.: Cina, India, Russia ed Asia centrale) ad avere iniziato tutta una serie di mosse concrete, mentre le periferie occidentali (i.e.: la Ue) ed orientali (i.e.: Giappone) si mostrano piú passive, quasi non avessero ben compreso la reale natura del problema.

Nel 2050, il Pil dell'«Eurasia» eccederá il 60% del Pil mondiale e quello di Cina, India, Russia, Francia, Germania, Italia, Giappone e Uk varrá due volte e mezza quello degli Usa. Si tratta di un quadro che non potrá non implicare una sempre maggiore integrazione economica destinata ad assumere anche una valenza politica in un recente futuro. Oltre ai dati macroeconomici, ulteriori conferme arrivano dall'analisi dei trends di tre importanti «key (super)continental linkages»: (a) Commercio Energetico, (b) Commercio non-energetico e trasporti, (c) Flusso di investimenti esteri.

Il commercio energetico ed il relativo trasporto sono uno dei fattori dominanti per l'integrazione regionale dell'«Eurasia». Attualmente all'interno di questo supercontinente troviamo quantitativi impressionanti di petrolio (i.e.: il 25% delle riserve, il 38% della produzione ed il 55% del consumo mondiale) e gas naturale (i.e.: il 57% delle riserve, il 50% della produzione ed il 57% del consumo mondiale). Il flusso del petrolio riguarda essenzialmente i paesi eurasiatici e quelli della penisola arabica, mentre non esiste praticamente flusso di gas naturale transoceanico. Il commercio energetico presenta importantissimi risvolti «politici» destinati, in assenza di un repentino ritorno/aumento del nucleare nella Ue, a rendere sempre piú forti i legami tra la Ue, da un lato, e le potenze energetiche di Russia, Caucaso ed Asia centrale - anche destinate a rifornire le economie Cinese ed Indiana - dall'altro. Questo flusso intra-regionale é anche supportato da un vero e proprio boom nella costruzione di nuovi gasdotti ed oleodotti richiesti per il trasporto degli idrocarburi all'interno del supercontinente: dall'oleodotto Baku-Tblisi-Cheyan, ai «Bluestream 1 &2», al Cino-Kazakho «Atasu-Alashankou», ai recenti «Nabucco» e «South Stream» per finire con quello, ancora solo sulla carta per ovvi motivi di stabilitá politica, che dovrebbe portare il petrolio Turkmeno in Pakistan prima ed in India poi, attraverso l'Afghanistan (TAP) e la turbolente regione del Baluchistan. E' interessante, a questo proposito, segnalare come emerga chiaramente la tendenza, da parte dei paesi produttori, di privilegiare quelli passanti per la Russia a quelli, tipo la «BTC» o il «Nabucco» che il territorio Russo by-passano.

Il sub-continente eurasiatico é caratterizzato da un grande blocco commerciale costituito da Ue, Russia, Cina, India, e Giappone dove il commercio intra-regionale mostra andamenti in continua crescita. Parte di questa attivitá commerciale é orientata verso altri continenti (Nord america in primis) ma il commercio intra regionale é di gran lunga maggiore e destinato ad aumentare a seguito dello sviluppo di una classe media nei tre Paesi chiave della regione, Russia - Cina - India, come ben hanno compreso le grandi multinazionali che hanno aumentato in maniera considerevole le loro delocalizzazioni, nella nuova ottica di rivendere i prodotti in loco invece di riesportare i prodotti finiti per indirizzarli verso mercati terzi. E' in questo contesto che occorre inquadrare le recenti mosse di Usa e Messico di «dichiarare guerra» alla Cina in sede WTO, accusando la politica cinese di aiuti di stato all'export come casus belli anche se il vero problema parrebbe essere un deficit commerciale Usa che si allarga a dismisura a favore di Cina (ed India).

Le merci prodotte nell'est eurasiatico raggiungono il porto di Amburgo via mare, dopo aver percorso 19000 Km in 27 giorni: un percorso destinato a piú che dimezzarsi in un futuro prossimo. Anche alla luce dei recenti successi dei negoziati di (ri)pacificazione tra le due Coree, sembrano pronti a partire i lavori per la realizzazione [fonti Hyundai] di due importanti «trans-eurasian transport routes»: la ferrovia «Transiberiana - TSR» e quella «Transcoreana - TCR». Si tratta di realizzare un collegamento con il porto nordcoreano di Kaesong e da lí raggiungere Amburgo attraverso la TSR (i.e.: Kaesong - Khabarovsk - Mosca - Amburgo) percorrendo 13000 Km in 10 giorni, o attraverso la TCR (i.e.: Kaesong - Pechino - Mosca - Amburgo) riducendo la lunghezza del percorso a soli 9000 Km in appena sette giorni rispetto ai 27 richiesti via mare. Si tratta di sviluppi importantissimi che non potranno non accrescere ulteriormente l'integrazione euroasiatica. Una volta ottenuti tutti i possibili miglioramenti in termini di politica commerciale, investimenti nei trasporti, «transit facilitation» ed altre rifome cross border, questa integrazione guadagnerá in efficacia ed efficienza rinforzando ulteriormente la coesione eurasiatica anche se, inevitabilmente, il ruolo del Mediterraneo come hub per lo smistamento delle merci euro-asiatiche verso il nord Europa perderá ogni valenza, con buona pace del Presidente Prodi che su questa idea voleva puntare per lo sviluppo del Sud.

Da circa dieci anni abbiamo assistito ad un progressivo aumento nel flusso di capitali europei verso Russia, Cina ed India cui si é associato, recentemente, anche un flusso inverso verso i mercati europei (ed americani) essenzialmente legato, ma non solo, alle attività dei «Fondi Sovrani». D'altro lato, le Repubbliche centro asiatiche (Kazakhstan in primis) attraggono molti investimenti esteri ed é da segnalare anche un notevole attivismo dei capitali turchi in Asia centrale. Molto significativi sono anche gli investimenti giapponesi nella Regione e le principali Istituzioni Finanziarie Internazionali operanti nella regione (e.g.: ADB, EBRD, WB) hanno in essere progetti volti a rinforzare ulteriormente questa integrazione finanziaria che non potrá non avere anche ripercussioni politiche.

La storia ci ha insegnato che tutti i principali eventi si generano sulla base di spinte politiche ed economiche. A volte sono state le spinte politiche a far partire gli eventi, a volte a farlo sono state le spinte economiche. Furono essenzialmente politiche le spinte che portarono alle rivoluzioni americane e francese del XVIII secolo, all'unificazione italiana del XIX secolo o alle due guerre mondiali ed alla creazione dell'Unione europea del XX secolo. Eminentemente economiche furono, invece, le spinte che portarono al fenomeno della rivoluzione industriale del XVIII e XIX secolo, al colonialismo sviluppatosi tra fine XIX ed inizio XX secolo, alla creazione dell'Unione monetaria europea del XX secolo o allo sviluppo della globalizzazione di fine XX - inizio XXI secolo. Ogni volta, alla spinta iniziale, che poteva avere motivazioni politiche o economiche, abbiamo assistito ad un'adeguamento successivo al livello economico (se la leva iniziale era stata politica) o politico (se la leva iniziale era stata economica).

I prossimi cinque anni saranno fondamentali per capire il futuro del processo politico di integrazione in «Eurasia».

  1. E' un processo destinato a seguire e governare gli sviluppi economici descritti. Tre sembrano essere le questioni chiave:
  2. i benefici economici dell'integrazione saranno tali da condurre ad una efficace politica di cooperazione?
  3. A che livello l'integrazione economica verrá negativamente condizionata dalla perdurante instabilitá di certe parti della Regione?
  4. Come reagiranno gli Usa (ed i suoi tradizionali alleati europei) alla prevedibile perdita d'infuenza nella Regione?

Da circa 3-4 anni, gli osservatori internazionali hanno notato una progressiva convergenza tra Russia e Cina in relazione allo sviluppo economico seguendo - a differenza dell'India - un approccio divergente rispetto alle prescrizioni neo-liberali provenienti dal mondo anglosassone. Non puntando piú di tanto su privatizzazioni, diritto della proprietá, apertura alle regole della competizione ma mostrando un'estrema efficacia nel perseguire gli obiettivi di espansione economica. Se Russia e Cina convergono, agli altri attori non resterá altro che seguire.

Le principali aree di instabilitá in «Eurasia» riguardano essenzialmente i conflitti intra-stati (e.g.: in Kosovo, Iraq, Afghanistan, Cecenia, Xing-Hiang, Balucistan, etc.) e quelli inter-stati attualmente in essere, in forma piú o meno latente (e.g.: India-Pakistan, Corea del Nord-Corea del Sud, Russia-Georgia, etc.). L'instabilitá intra-stati potrebbe continuare per molto tempo, soprattutto nella zona Afghanistan-Pakistan, senza ovviamente dimenticare l'Iraq e, sfortunatamente, i Balcani occidentali sulla scorta dei recenti avvenimenti legati alla secessione kosovara dalla Serbia con le sue possibili ripercussioni in Bosnia-Herzegovina, Albania e FYROM. Grande é ancora l'incertezza sugli esiti di un possibile inasprimento delle relazioni degli Usa con l'Iran che, peraltro, pare rinforzare i suoi contatti con l'asse Mosca-Pechino. Gran parte dei conflitti inter-stati paiono sulla via di una risoluzione pacifica tranne, forse, quello russo georgiano che potrebbe ulteriormente complicarsi, anche in conseguenza del pericoloso precedente kosovaro. Tutto da comprendere ancora il futuro della Turchia con la sua irrisolta questione curda e con le sempre piú frequenti incursioni militari turche nel Kurdistan iracheno che parrebbero essere foriere di un conflitto aperto.

Dopo il fallimento del piano di sviluppare un network permanente di basi in Asia centrale, la presenza militare statunitense é ridotta ad una base in Kyrghistan, con il risultato di rendere la sua presenza in Afghanistan quasi una sorta di «corpo estraneo» nella Regione. A livello di «grande medio oriente» occorre registrare come, in tempi pre-elettorali, sembri sempre piú probabile (anche dopo il recente annuncio del ritiro britannico da Bassora) un progressivo disimpegno dall'Iraq, mentre, d'altro lato, permangono chiari segnali della volontá Usa di ulteriormente rinforzare la sua presenza ai confini occidentali dell'Eurasia come il piano relativo al nuovo scudo anti-missilistico in Europa centrale (assai osteggiata dalla Russia), l'esistenza di una massiccia base militare in un Kossovo ora indipendente dopo l'accelerazione impressa proprio dalla diplomazia Usa o gli sforzi di allargare ulteriormente ad est la partnesrhip Nato con l'Ukraina, parrebbero ben testimoniare. Resta il fatto che la creazione di un blocco Eurasiatico - per ora solo economico - potrebbe creare importanti contrasti con le amministrazioni Usa, particolarmente se in presenza di un consolidamento di un asse politico russo (indo) cinese.

Cruciale potrebbe essere la capacitá della Ue di dare risposte politiche all'altezza. La Cina é ormai il secondo partner commerciale della Ue (dopo gli Usa) mentre la Russia é, come visto, un partner commerciale sempre piú strategico. Partendo dal presupposto che l'integrazione economica «Eurasiatica» andrá avanti, resta da capire se questo processo di integrazione (ormai ineluttabile) seguirá un'agenda russo-cinese o se anche la Ue (sulla spinta dei suoi stati membri) sará in grado di contribuire efficacemente al governo di questo processo di integrazione senza il rischio di dovere limitarsi a giocare un ruolo politico da comprimario cui, tuttavia, potrebbe condannarla una perdurante crisi economica di bassa crescita ed alta inflazione. Significativa potrebbe essere, a questo proposito, la dichiarazione del Presidente della Bce - Trichet - che, sottolineando l'interindipendenza delle economie, si mostrava fiducioso sul fatto che il rallentamento delle economie mature (come la Ue), potrebbe essere compensato proprio dal dinamismo della crescita nelle regioni asiatiche (Corriere della Sera, 26 febbraio 2008).

Raffaele Boldracchi

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