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Retorica senza realtàdi Raffaele Iannuzzi - 28 febbraio 2008 Walter Veltroni spera di cavarsela a buon mercato nella querelle cattolici-laici che sta deflagrando dentro il Pd. Ma non sarà così. Non bastano le improvvisazioni retoriche o le sortite culturali nel territorio storico di Scoppola a disinnescare la bomba. Il capo del Pd, poi, più prova a sgusciare dall'impasse e più si autosabota. L'esempio paradigmatico di questo autosabotaggio è rappresentato dal discorso programmatico all'assemblea dei cattolici del Pd. Un discorso non privo di scaltrezza comunicativa ma che, a causa della fragilità culturale e politica del personaggio, ha finito per convertire un problema in una guerra aperta. Veltroni, infatti, prima si richiama al padre dell'ideologia della fine della cristianità e perfino della nuova cristianità di Maritain, vale a dire lo storico Scoppola (siamo nel 1989!), e dopo non può fare a meno di avanzare la tesi della sintesi avanzata, di vecchia scuola comunista e propalata al tempo del compromesso storico, tra una laicità che non disprezza la religione e un cattolicesimo che include l'altro da sé. E' la solita pappa del cuore, che non dice nulla sullo stato della realtà. La citazione di Obama, con la quale il dilettante allo sbaraglio vorrebbe tenere insieme la prima parte del suo discorso, più «teorica», e la seconda, più esplicitamente «programmatica», decompone l'asse argomentativo di fondo, consegnando alla più pura delle contraddizioni la proposta veltroniana. Obama infatti pone con nettezza tutta americana non solo l'infondatezza di una rigida distinzione tra sfera privata e sfera pubblica, per quel che concerne oggettivamente il rapporto tra la politica e la fede, ma va oltre e sostiene che in gioco oggi vi sia anche una nuova dimensione di discorso pubblico, che faccia della convergenza oggettiva e cioè fondata sul diritto naturale e sulla ragione le materie etiche, bioetiche, sociali, culturali e politiche. Ed è appunto questo il nodo di fondo. Non tanto la questione laici vs cattolici. E neppure la questione cattolica in quanto tale. Quest'ultima è piuttosto il riverbero di una difficoltà reale da parte del cattolicesimo politico nel seguire creativamente le vie creative della Chiesa e della gerarchia cattolica in specie, che non sta affatto difendendo a spada tratta la verità cattolica e la tradizione cattolica come tali, ma, ben più significativamente, sta approntando un nuovo schema di affronto della realtà antropologica, etica, politica e culturale. «Hic Rhodus, hic salta». Ecco perché sia Veltroni che i vari Franco Monaco e Vittoria Franco non cavano un ragno dal buco: perché la loro prospettiva è ancora tutta interna alle diatribe novecentesche, cosa che rende il terreno dell'antropologia, ad esempio, come impraticabile. Perché non immediatamente e neppure mediatamente assimilabile alla politica come strategia e progetto. L'enfasi che la Franco, sul Riformista, dedica ai programmi come luogo della mediazione, al pari dell'accentuazione dialogante del cattolico adulto e prodiano Monaco, sono entrambi facce della stessa medaglia e specchio fedele della medesima difficoltà strutturale. Insormontabile. La Franco e Veltroni intervengono anche per sparigliare le carte in materia di «libertà di coscienza», con ciò volendo attaccare la ben nota posizione di Berlusconi. Singolare: una forza di sintesi laica come il Pd non accetta una posizione così pacificamente liberale. Veltroni parla addirittura di «agnosticismo», praticamente di indifferentismo morale. Linguaggio cattolico mutuato dalla tradizione teologica più avvertita. La ragione di questo attacco non si radica in un nuovo modello di rapporto tra etica e politica, come Veltroni vorrebbe far credere, ma ricalca pedissequamente l'antico rifiuto della cultura liberale, bollata come ideologia radical-individualistica (un tempo si sarebbe detto «borghese»), che trattiene sullo sfondo un equivoco culturale. Non c'è infatti, nelle parole di Veltroni, la benché minima traccia di avanzamento creativo sul terreno del rapporto etica-politica. Anzi. Vi è un motivo reazionario, legato ad un solidarismo quasi organicistico, privo di elaborazione approfondita. Eppure, è certo che la sola «libertà di coscienza» non basti. Il discorso pubblico, come discorso razionale della politica, sulla politica e per la politica, ha bisogno di ben altro. Di una rielaborazione teorica degli schemi deficitari novecenteschi che si muovono per contrapposizioni, per aut-aut (non superabili, come pretenderebbe Veltroni, con retoriche politicistiche e alchimie: l'et-et enunciato è solo equivoco, al di fuori della ragione cristiana). Non credo che basti anche il riferimento soltanto retorico ad un non meglio definito «bene comune», ci vuole un nuovo impianto intellettuale e politico. Questo problema riguarda anche il Pdl, che, una volta al governo, si troverà di fronte proprio alla necessità di creare un nuovo linguaggio politico per la bioetica (che introduce la biopolitica), per la libertà come legame e reciprocità tra diritti e doveri, per la stessa economia, che non può più prescindere da una visione di welfare community, dunque da un decisivo apporto dei corpi intermedi. Insomma, un nuovo discorso pubblico. Otri nuovi per vino nuovo.
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Ragionpolitica, periodico on line n.253 del 26/2/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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