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6 marzo 2008
 
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La ricetta per aiutare l'Africa

Scegliere un governo che ci dia un ministro degli Esteri competente e a conoscenza dei fatti

di Anna Bono - 1 marzo 2008

«Investimenti in Africa: dall'Italia una vera "rivoluzione"» era il titolo di un lancio d'agenzia di alcuni giorni or sono che sintetizzava il contenuto del discorso rivolto il 19 febbraio scorso dal ministero degli Affari Esteri italiano ai diplomatici africani accreditati a Roma, durante un incontro al quale hanno inoltre partecipato tre enti pubblici: l'Ice, Istituto per il commercio con l'estero, la Sace, Società italiana di assicurazione per il commercio estero, e la Simest, Società finanziaria a partecipazione pubblica e privata per le imprese italiane all'estero. La «rivoluzione» consisterebbe nel vedere gli Stati africani, soprattutto quelli subshariani, non più come destinatari di aiuti essenzialmente umanitari, ma come partner con cui collaborare in funzione di una loro crescita economica che, a detta degli esperti della Farnesina, è ormai una realtà concreta, provata dai tassi di incremento mediamente positivi degli ultimi quattro anni. Il «sistema Italia» - così si è espresso Umberto Vattani, presidente dell'Ice - si appresta a partecipare allo sviluppo degli Stati africani e attende dai loro governi istruzioni su come farlo: «Noi non conosciamo quali sono le opportunità di lavorare insieme e ci aspettiamo che voi ce le indichiate».

C'è solo da sperare che il prossimo governo scelga un ministro degli Esteri e dei consulenti davvero competenti, in grado di valutare rischi, costi e ricavi dei nostri futuri interventi economici in Africa. La situazione italiana, infatti, non consente più sprechi e sciali come quelli commessi negli ultimi anni, ad esempio con la cancellazione di un debito di 44 milioni di euro concessa nel 2007 al corrotto governo del Kenya, e comunque imperdonabili anche in tempi di prosperità. Non si può pensare di moltiplicare gli investimenti pubblici e privati, tanto meno seguendo le indicazioni dei governi africani, in paesi devastati dalla corruzione che pervade le istituzioni statali e che impedisce quasi ovunque di trasformare in volani di sviluppo persino gli enormi proventi delle attività estrattive, senza le quali, difatti, non si avrebbero i tassi medi di crescita superiori al 5% registrati nel 2006 e nel 2007.

Non per niente l'Africa continua a essere l'unico continente in cui la povertà aumenta sia in termini assoluti che relativi, come ha appena confermato il rapporto presentato dalla Commissione economica per l'Africa ad Addis Abeba, Etiopia, nel corso di un incontro interregionale sulla capacità produttiva dei paesi in via di sviluppo, organizzato dalla Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo. Di qui l'instabilità di tanti Stati, come ben sa la Farnesina la cui Unità di Crisi incaricata di vigilare sulla sicurezza dei nostri connazionali all'estero non conosce tregua dall'inizio dell'anno: prima per la violenza scatenatasi all'indomani delle elezioni generali in Kenya, poi per l'assalto in Ciad delle milizie antigovernative alla capitale N'djamena e adesso per via del Camerun, l'ex colonia tedesca produttrice di petrolio dove si stanno verificando i disordini più gravi da 15 anni a questa parte, scoppiati in seguito agli insostenibili aumenti dei prezzi dei generi di prima necessità e dei trasporti e sostenuti dai partiti dell'opposizione che tentano di impedire al presidente Paul Biya, al potere da 26 anni, di ottenere una riforma costituzionale che gli consenta di candidarsi nel 2011 per un terzo mandato presidenziale.

Quanto agli aiuti umanitari, che dovrebbero lasciare il posto agli investimenti produttivi, non c'è da farsi illusioni. Nel breve e medio periodo, se si vogliono salvare vite umane, dovranno essere non soltanto riconfermati, ma accresciuti, sperando che vengano amministrati meglio di quanto non sia stato fatto finora. Aumentarà anche, infine, la richiesta di fondi per missioni di interposizione e di peacekeeping sia per intervenire in nuovi scenari di crisi sia per sostituire o affiancare le inutili missioni dell'Unione Africana già operative, ad esempio, in Sudan, Somalia e Isole Comore.

! Anna Bono
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