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La fine del dollaro?di Fabrizio Goria - 1 marzo 2008 Il dollaro americano sta perdendo la sua posizione di valuta dominante nella sfera economica mondiale. Il raggiungimento del cambio euro/dollaro ad 1,50 è una soglia psicologica importante. Come auspicavano molti economisti, come Francesco Giavazzi, il dollaro si è deprezzato ancora rispetto allo scoppio della crisi dei mutui subprime, un vero e proprio tormentone che non ci lascerà in pace ancora per molti mesi. Quello che è accaduto pochi giorni fa ha i segni del cambio di rotta, della svolta epocale (almeno in tempo recente). Infatti, il superamento di tale quota è arrivato in un momento considerato non particolarmente a rischio. I bilanci delle maggiori imprese statunitensi saranno presentati solo fra alcuni giorni e la prossima riunione della Federal Reserve è prevista per la metà di marzo. Invece il sorpasso è avvenuto, con tutti gli effetti spaventosi sull'economia internazionale che, da settembre a questa parte, ha provveduto a svincolarsi leggermente dalla valuta d'Oltreoceano. Le previsioni degli economisti, che vedevano in ciò che accadeva nello scorso agosto solo il preludio ad una crisi sistemica ben più radicata, non sono state smentite. A settembre, chi scrisse della situazione generale di indigenza ed incertezza attesa per tutto il 2008, fu tacciato come ignorante, o allarmista. Ma ora si aprono diversi scenari, tutti preoccupanti. In primo luogo, il problema dei fondi sovrani. Il sottosegretario al Tesoro dell'amministrazione Bush, Robert Kimmitt, si è detto favorevole all'introduzione di tale pratica nell'economia yankee in questo particolare momento storico. Kimmitt ricorda anche come in realtà questo tasso di cambio del dollaro con le altre valute può solo giovare alla crescita economica americana, proprio attraverso l'utilizzo dei sovereign funds. Ma vale la pena ricordare cos'è uno strumento finanziario di questo genere e come opera. Il fondo sovrano è un fondo di investimento controllato in modo diretto dal governo di una nazione, creato coi surplus fiscali o le riserve di valuta estera di proprietà dello Stato in questione. Un esempio è il China Investment Fund, un colosso da 200 miliardi di dollari, creato ad hoc nel settembre 2007 per poter sfruttare la posizione di svantaggio delle banche d'affari americane. Non è un caso se il CIF possiede il 9,9% di Morgan Stanley, una delle principali merchant bank Usa. Ma quello di Pechino non è il solo governo a detenere fondi d'investimento, dato che anche gli Emirati Arabi Uniti, l'Arabia Saudita, Dubai e la Norvegia ne possiedono uno. Da un punto di vista puramente libertario, nessuna preoccupazione per essi. La componente negativa nasce, invece, dalla posizione politica di un paese creatore del fondo, come la Cina, capace in questo genere di mercato di condizionare (non poco) il consiglio d'amministrazione delle banche occidentali, con il doppio vantaggio competitivo del denaro contante e dell'informazione privilegiata rispetto agli altri consiglieri. Eppure, molti economisti statunitensi sono estremamente favorevoli all'ingresso nei mercati dei fondi sovrani, capaci di portare liquidità e progetti a lungo termine di tutto rispetto. Il dilemma è solo uno, tuttavia: per far fronte ad una crisi sistemica, è giusto limitare la governance delle principali banche e cederla al proprio «nemico»? La risposta dovrebbe essere scontata, ma la fame di liquidità può causare brutti scherzi. Un secondo problema è la recessione dell'economia americana, finora combattuta a sforbiciate sui tassi da parte della Fed. Lo stesso Ben Bernanke, presidente della Banca centrale di Washington, ha già dichiarato che il 18 aprile i tassi scenderanno ancora, dopo il taglio dell'1,50% dei mesi scorsi. Ma non basta, dato che per la prima volta si è parlato di forte crisi degli istituti di credito americani, alcuni dei quali sull'orlo delle procedure fallimentari. Dato per confermato il freno dell'economia a stelle e strisce, che ripercussioni può avere per l'Europa? Da un punto di vista, questo cambio ci avvantaggia. Pensiamo solo al famigerato petrolio. Se dovessimo acquistarlo con un cambio minore, dovremmo pagarlo di più. Ma qualcuno potrebbe affermare che l'impennata del barile è anche dovuta al deprezzamento del biglietto verde. Anche, appunto, ma non solo, considerata la crisi del settore immobiliare. I maggiori rincari, nel nostro paese, in realtà dovrebbero essere molto più contenuti di quello che non ci induce l'aumento generale delle materie prime, come il grano. Infatti, dobbiamo anche valutare il cambio favorevole. A fronte di questo, è quanto meno singolare che gli aumenti sui nostri beni di largo consumo vadano di pari passo a quelli americani. E' evidente che qualcosa non torna. In compenso, lo spettro recessione comincia a farsi largo anche in Italia, soprattutto nelle parole del leader di Confindustria, Luca Cordero di Montezemolo, che non usa ancora la parola precisa, ma parla di crescita economica quasi ferma. Il terzo problema deriva dalla condizione di dominanza sugli affari economici mondiali, per oltre 40 anni, del dollaro americano. Il Vecchio Continente deve entrare nell'ottica che ora il peso maggiore è nelle sue mani, seppure con tutte le limitazioni a livello di governance. Il comportamento di Jean Claude Trichet, governatore della Banca centrale europea, è stato sempre ligio, limpido. Il compito della BCE è quello di mantenere la stabilità dei prezzi nell'Eurozona e finora ha mantenuto le promesse, magari limitando la crescita, ma impedendo all'inflazione di crescere oltre i limiti. Ora, tuttavia, si deve voltare pagina ed agire da attori principali, da faro trainante per una politica monetaria di sostentamento e di guida, anche per la Fed. Gli Stati Uniti non sono l'Europa e viceversa, non si possono utilizzare le stesse misure economiche per entrambi i settori, profondamente vicini, ma sostanzialmente diversi. Quello che ci si deve auspicare è un ruolo dominante nelle scelte strutturali da parte di Bruxelles, per poter traghettare la nostra area monetaria fuori dalle acque tempestose d'oltre Atlantico. Niente tagli, ma resistenza stoica. Non ci devono nemmeno essere intromissioni da parte di sovereign funds negli affari finanziari europei, per non limitare il già minimo peso politico che abbiamo. Lo svincolo dal dollaro non sarà indolore e non deve essere una misura definitiva ma necessaria nel breve periodo. La fine del dollaro è giunta oppure no? Non ancora, dato che tutte le principali merci, materie prime e valute si parametrano ancora in questo metro di giudizio. Quello che stupisce, in compenso, è l'escalation di deprezzamento che ha subito il biglietto verde come conseguenza di una crisi, quella dei mutui ad altro rischio, di cui conoscevamo tutti i rischi da almeno un anno, se non di più. La crisi sistemica è frutto non solo della corsa incontrollata dei consumi del cittadino medio americano, ma anche della scarsa trasparenza sui mercati. Perfino le normative introdotte in ambito comunitario nello scorso anno da Basilea 2 risultano ora obsolete e anacronistiche. Quello che è accaduto nell'agosto 2007 ha segnato la fine di un'epoca per il dollaro ed ora ne abbiamo la conferma. Questo perché il peggio deve ancora venire e lo scopriremo solo nei prossimi mesi. Il clima non è solo quello attendista, ma anche allarmista. Sì, perché solamente con la presentazione dei bilanci delle maggiori banche, europee ed americane, potremo sapere davvero dove sono realmente tutti i crediti subprime cartolarizzati e sparsi sui mercati finanziari. E l'Italia? La campagna elettorale non può non tenere conto di questi fattori fondamentali, come il cambio euro/dollaro o la recessione economica. Il governo Berlusconi ha fatto molto dopo il 2001, permettendo al nostro paese di galleggiare in una congiuntura economica assai complicata. Veltroni ed il suo Pd sarebbero capaci di fare lo stesso, in una situazione peggiore? Meglio non tirare ad indovinare, la risposta sarebbe negativa. Fabrizio Goria |
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Ragionpolitica, periodico on line n.253 del 26/2/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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