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6 marzo 2008
 
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Solzenicyn esorta i serbi a resistere

di Alexandra Javarone - 1 marzo 2008

Il premio nobel Aleksandr Isaevic Solzenicyn esorta i serbi del Kosovo a tenere duro e restare accanto ai sepolcri dei propri cari. «Ai serbi che continueranno a vivere in una terra serba e strappata ingiustamente, negli anni difficili che sono trascorsi fin ora, avete già subito distruzione, violenze ed assassinii [hanno colpito] le vostre case, le chiese, [mentre] gli incendi hanno devastato le scuole. Che il Signore vi dia il coraggio di restare anche nel futuro accanto alle tombe dei vostri cari!». Poche righe, che il padre di Arcipelago Gulag ha indirizzato al quotidiano serbo, Vecernje Novosti (21 febbraio 2008), al fine di dimostrare il proprio intimo cordoglio nei confronti di un popolo diviso tra la sua naturale vocazione europea e la chiusura innescata dal profondo risentimento avverso la comunità internazionale.

Il dissapore, in Serbia, ha prodotto un'energica mobilitazione interna alla società civile. Ne sono un chiaro esempio le manifestazioni organizzate negli ultimi dieci giorni, spesso sfociate anche nella violenza, fuori e dentro il territorio serbo. Come previsto dalla gran parte degli analisti, anche la popolazione della Republika Srpska s'è riversata in piazza: le più alte autorità dell'Entità a maggioranza serba si sono riunite due giorni fa a Banja Luka per esprimere solidarietà alla Serbia quasi a voler rammentare alla Comunità internazionale d'aver votato «l'ultima risoluzione che prevede un referendum per la secessione nel qual caso riconosca il Kosovo». Riaffiorano, allora, le problematiche d'altri tempi che hanno devastato i Balcani negli anni 90, quasi non fossero mai stati spazzati via rabbia, intolleranza e nazionalismo, si ripropongono «come una fiera mal domata ed [in effetti] solo sedata». L'antico risentimento separatista incendia e sbaraglia le politiche d'allargamento, la fratellanza ed il sentimento d'unità, che l'Unione mostra quale vessillo politico, sono dis-orientate, in sostanza, verso una qualche direttrice balcanica: la divisione (la balcanizzazione d'Europa).

Un antico cruccio, quello di una terra che non possiede all'apparenza alcun genere di risorsa, ma che affascina gli studiosi d'ogni parte del mondo, a causa della sua atavica instabilità, e converge a se i diversi interessi delle più grandi potenze. Gli interessi divergenti di Usa e Russia (che s'eleva a custode della legalità internazionale) che si scontrano confrontandosi nuovamente sul campo internazionale, invocando il diritto alla secessione, da un lato, e l'identità nazionale, radici culturali o l'intangibilità dei confini, dall'altro. Innanzi alla crisi che, da tempo, si prefigura, il Vecchio Continente, attore principale di una contesa quasi esclusivamente europea, lascia, inaspettatamente, il passo ad un'ipocrita convinzione, credendo forse d'aver lasciato alle spalle i gravi risentimenti etnici, che già una volta hanno devastato il Sud-est europeo. Di fatto, secondo quanto affermato da analisti e studiosi «dietro l'anelato Principio d'autodeterminazione si nasconde, invero, il nazionalismo o la xenofobia, questioni che poco hanno davvero a che vedere con la sovranità territoriale dell'una o dell'altra parte».

I richiami, pur giustificabili, alle radici culturali serbe od al diritto all'autodeterminazione si scontrano, allora, sul terreno dell'intolleranza proprio mentre l'Unione, diluita ed in preda alla paralisi, si prodiga al fine di trovare l'accordo. Stando alla Risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza la regione a maggioranza albanese del Kosovo, temporaneamente affidata ad un protettorato internazionale, è, nei fatti, parte integrante del territorio serbo, mentre, per quanto attenga lo status finale, questo avrebbe dovuto esser deciso da un'ulteriore risoluzione delle Nazioni Unite solo una volta raggiunti i necessari standard come il ripristino dello stato di diritto, la restituzione delle abitazioni, la previsione di meccanismi atti alla tutela delle minoranze ovvero l'instaurazione di istituzioni politico-amministrative composte dalle due diverse etnie. Allo stato attuale, nessuno di questi obiettivi parrebbe esser stato raggiunto ed anzi la criminalità organizzata avrebbe, oramai, costituito una vera e propria associazione a delinquere impegnata nel traffico e nel commercio di stupefacenti o nella tratta d'esseri umani.

In definitiva, l'autoproclamata indipendenza kosovara si porrebbe al di fuori degli schemi del diritto internazionale. Tuttavia, diversi Stati europei si sono affrettati a concedere il proprio riconoscimento al neonato ed impreparato stato mussulmano (diretto ed amministrato da un ex guerrigliero dell'Uck definito terroristico dalla risoluzione Onu del 31-3-98) quasi esautorando le Nazioni Unite od il diritto internazionale. È naturale: uscire dal «limbo kosovaro» era divenuta una priorità, tuttavia appare oltremodo evidente che quest'ultima soluzione non negoziata con Belgrado non sarà certo in grado di mutare la percezione dei kosovari albanesi (o peggio della minoranza serba), i quali presto si troveranno a dover passare da un protettorato internazionale a quello magari tutto europeo, costretti ancora una volta al giogo degli sponsor internazionali.

Alexandra Javarone

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