RAGIONPOLITICA.it - Giornale online di cultura e politica Logo RAGIONPOLITICA.it
numero 280
6 marzo 2008
 
HOMECHI SIAMOCREDITSSCRIVI  
 
 
segnala ad un amicosegnala l'articolo ad un amico stampa l'articolostampa l'articolo

Le politiche anacronistiche di Obama

di Stefano Magni - 1 marzo 2008

Importare Barack Obama? E cosa ci guadagnamo? Il senatore dell'Illinois è diventato il simbolo della nuova sinistra. Per valutare un uomo politico occorre, prima di tutto, vederlo in azione. Quelle di Obama sono, finora, solo parole. Ma quali sono i contenuti della sua retorica? Il suo slogan è incentrato sull'enfasi del «cambiamento». Tuttavia, se si legge il suo programma, si nota ben poca voglia di cambiare. La sua idea centrale sul clima, ad esempio, è l'accusa all'uomo di provocare lo scioglimento dei ghiacci influenzando direttamente il riscaldamento globale. E questa è l'idea mainstream della cultura ecologista contemporanea, almeno a partire dagli anni '70. Così come è classica la sua risposta al problema: affidare più potere allo Stato per regolamentare le emissioni delle industrie. Non solo non si tratta di un'idea nuova, ma è addirittura un ideale conservatore, perché limita necessariamente il progresso della nostra capacità produttiva. L'innovatore vero era semmai George W. Bush che, con il suo rifiuto di ratificare il Protocollo di Kyoto, dava ascolto alle teorie scientifiche più moderne e accreditate che, contrariamente alla vulgata ecologista, mettono seriamente in dubbio la responsabilità dell'uomo per il riscaldamento globale. E, non ponendo vincoli all'industria, ne garantiva meglio lo sviluppo. Sul tema dell'ambiente e del cambiamento climatico, dunque, Obama non ha nulla da insegnare all'Italia: la nostra classe politica (a sinistra e in molti settori della destra), ha già aderito alla vulgata ecologista. E' semmai Obama che, nel caso divenisse presidente, avvicinerebbe l'America all'Europa. Anche sulla sanità, abbiamo poco da imparare dal candidato democratico. Noi abbiamo un problema di eccesso di burocratizzazione, lunghissimi tempi di attesa e mala gestione degli ospedali in una sanità quasi interamente statale. Negli Usa hanno una sanità prevalentemente privata (che li rende immuni dalle difficoltà che affliggono il nostro sistema) e il loro è semmai un problema di costi, perché le assicurazione hanno alzato i premi. Il candidato democratico vuol semplicemente introdurre più burocrazia e più interventismo statale per abbassare i prezzi. Vuole obbligare i datori di lavoro ad assicurare i loro dipendenti, creare una concorrenza pilotata fra assicurazioni sanitarie private, introdurre controlli sui prezzi. In poche parole: vuole rendere la sanità privata americana un po' più statale e dunque un po' più simile alla nostra.

Sul tema delle tasse: noi siamo afflitti da una delle più alte pressioni fiscali d'Europa. Pagando aliquote progressive che, nelle fasce di reddito più alte, arrivano al 46%, siamo battuti solo dai paesi scandinavi e dalla Francia. Ma non godiamo né dei servizi sociali efficienti scandinavi, né del potente apparato statale e militare della Francia. Negli Stati Uniti pagano molte meno tasse: 35% è l'aliquota massima, che è già piuttosto alta, se paragonata alle realtà economiche emergenti in Asia e nell'Europa dell'Est. George W. Bush ha praticato dei tagli alle aliquote, consapevole del fatto che, lasciando più soldi nelle tasche dei cittadini, si permette loro di prendere l'iniziativa e creare nuovi business. Obama, al contrario, torna alla vecchia logica secondo cui è lo Stato che deve redistribuire la ricchezza: una volta alla Casa Bianca ha promesso di aumentare la pressione fiscale per le fasce di reddito più alto, che sono anche quelle più produttive. Anche in questo campo, renderebbe l'America un po' più simile all'Italia, purtroppo per i contribuenti americani.

Un altro punto forte su cui Obama si è scontrato con Hillary Clinton nell'ultimo dibattito televisivo con l'altra candidata democratica è la revisione del Nafta, l'accordo di libero scambio (ratificato da Bill Clinton il 17 dicembre 1992) tra Canada, Stati Uniti e Messico. Obama accusa la Clinton di incoerenza: la senatrice diverrebbe liberoscambista di fronte alla Farm Bureau Federation (agricoltori) e protezionista quando parla agli operai. Obama, invece, si vanta di essere coerentemente protezionista. Entrambi i candidati, però, ignorano completamente i progressi e le maggiori opportunità dovuti al libero scambio, sia in Messico che negli Stati Uniti. Dal 1993 ad oggi, negli Usa si è infatti registrata una crescita economica del 54% e una riduzione della disoccupazione dal 6,9% al 4,9%, come rileva l'editorialista Rich Lowry del New York Post. Accusare il libero scambio con il Messico (un paese la cui economia è pari a un ventesimo rispetto a quella statunitense) per la perdita di posti di lavoro nel settore manifatturiero, è una mera ricerca di un capro espiatorio: è dal 1979 che il settore è in crisi e licenzia forza lavoro. Tra l'altro, come rilava il think tank libertario Cato Institute, il periodo che va dal 2003 al 2006 è caratterizzato, semmai, da una ripresa del settore, in termini di aumento della produzione, dei profitti e degli investimenti. Anche qui di «cambiamento» se ne vede poco: Obama, così come la senatrice, gareggiano per essere più coerenti nella vecchia logica del protezionismo industriale. Cosa abbiamo da imparare qui in Italia? Ci serve una logica protezionista, in un paese come il nostro che, semmai, ha urgente bisogno di essere più competitivo nel mondo?

In politica estera Obama piace perché dice le stesse cose della vecchia diplomazia realista europea. Il candidato democratico, in particolar modo, abbandonerebbe del tutto la politica di esportazione della democrazia. La sua linea sarà incentrata sul dialogo tra Stati, accettando lo status quo. Bush, due giorni fa, lo ha giustamente accusato di volersi sedere attorno allo stesso tavolo di Raul Castro per «farsi fotografare assieme al tiranno». Obama non ha negato di voler dialogare con il nuovo dittatore cubano, legittimandone il potere. Anzi, ha risposto a Bush criticando la politica dell'embargo a Cuba. Anche per la stabilizzazione dell'Iraq, la strategia di Obama prevede il coinvolgimento diretto di Iran e Siria. Di fatto si tratterebbe di una spartizione (visti gli appetiti di entrambi i regimi) e un ritorno alla vecchia realpolitik mediorientale, ponendo fine all'esperimento democratico di Bush.

Insomma, in Italia Barack Obama viene considerato come il simbolo della nuova sinistra. Tuttavia non è caratterizzato dalla carica innovativa di un Bill Clinton o di un Tony Blair, che avevano giustamente visto nel libero mercato uno sistema in grado di generare soluzioni nuove. Obama è la vecchia sinistra. Grida ai quattro venti di volere il cambiamento, ma vuol cambiare il presente guardando al passato, alle idee degli anni '70. E forse è proprio per questo che piace alla nostra sinistra: permette loro di dire le solite vecchie cose spacciandole per nuove.

! Stefano Magni
Gli ultimi commenti
SCRIVI UN COMMENTO A QUEST'ARTICOLO

i migliori verranno pubblicati in queste pagine

Nome o nickname:
Titolo:
Commento:
Caratteri disponibili:


 

Iscriviti alla newsletter per ricevere gratuitamente la rivista al tuo indirizzo e-mail

IN QUESTO NUMERO

Ragionpolitica, periodico on line n.253 del 26/2/2008
Ragionpolitica, periodico on line n.280 del 6/3/2008
Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero
© 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata
Riproduzione riservata