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Pubblichiamo il testo dell'intervento dell'onorevole Elisabetta Gardini, portavoce di Forza Italia, al convegno «Il Ppe fondamento ideale e politico del Popolo della Libertà», svoltosi a Roma il 27 febbraio scorso. Il Ppe fondamento ideale e politico del Pdldi Elisabetta Gardini - 1 marzo 2008 Se la realtà cambia, la politica non può restare uguale, altrimenti finisce che è la realtà che cambia la politica. La realtà che cambia la politica l'abbiamo vista, la continuiamo a vedere in tutto quello che accade nella sinistra italiana: da quando il Partito Comunista ha cambiato nome, ben dopo la caduta del muro di Berlino, fino alla scelta di Veltroni di «correre da solo» con il Pd; ma la scelta del leader del Pd, peraltro già compromessa dall'alleanza con Di Pietro e dall'ingresso dei Radicali, non è stata una scelta coraggiosa, è stata piuttosto una scelta obbligata e disperata, perché l'abbraccio con la sinistra estrema al governo aveva rovinato immagine e consenso in modo irreparabile. Per questo l'apparente fuga in avanti del partito di Prodi e di Veltroni non avrà a disposizione una strada larga: non potrà rosicchiare molti voti alla sinistra radicale, che, condannata a specializzarsi come forza antagonista, produrrà l'effetto di una chiamata alle armi dei vecchi compagni, duri, puri e ora anche ecologisti, né troverà spazi verso il centro. C'è poi da valutare il fatto che se a livello nazionale il Pd ha abbandonato l'alleanza con la sinistra radicale, questa alleanza rimane tutta nei poteri locali, a partire da Roma. E bene ha fatto l'onorevole Francesco Giro a lanciare la sfida a Rutelli, chiedendogli di presentarsi da solo. La storia del centrodestra è tutta un'altra storia, come sappiamo. Intanto perché, a differenza dell'elettorato delle sinistre, l'elettorato del centrodestra è sostanzialmente omogeneo. Qualche settimana fa Mannheimer a Porta a Porta spiegava che, mentre era possibile misurare il gradimento degli elettori di centrosinistra rispetto alle diverse ipotesi di alleanze tra i partiti e i partitini che ancora formano la ex maggioranza del governo Prodi, era impossibile fare altrettanto per il centrodestra, in quanto la nostra base elettorale, praticamente nella sua totalità, era favorevole al fatto che tutti i partiti della Casa delle Libertà stessero uniti. Anche gli esperti, quindi, nei loro sondaggi incontrano il popolo del 2 dicembre, la manifestazione di piazza più clamorosa della storia politica italiana. Ma la vera carta vincente del centrodestra sono i piedi per terra del suo leader: nessuno come Silvio Berlusconi ha dimostrato di possedere il termometro della situazione politica del paese; nessuno come lui ha dimostrato di saper leggere il presente e di saper guardare al futuro. Lo abbiamo vissuto nel '94, quando siamo nati come Forza Italia, rispondendo al suo appello, e lo stiamo vivendo ora con il Popolo della Libertà. Dal '94 cattolici, laici e riformisti viviamo insieme un percorso politico alternativo a quei partiti che, pur avendo cambiato il nome, restano legati alle solite abitudini consociative, un percorso alternativo a quella cultura egemone oramai in preda a un caos calmo. E siamo proprio noi, ancora una volta, la vera novità politica: dopo aver intrapreso la strada del bipolarismo, lo stiamo facendo crescere, lo vogliamo solido e adulto. Noi siamo quel popolo che si vorrebbe continuare a far passare per «maggioranza silenziosa», di cui l'élite arrogante, presuntuosa e autoreferenziale continua a dare una rappresentazione caricaturale. Basta pensare all'articolo di Bocca apparso su Repubblica il giorno dopo le ultime elezioni: per lui rappresentiamo quella parte d'Italia che «negli anni Venti ha preferito il fascismo alla democrazia e negli anni Quaranta si è rifugiato sotto lo scudo democristiano», rappresentiamo un elettorato perennemente oscillante tra voto «ora fascista, ora clericale, ora manageriale o finanziario». O basta pensare ai salti mortali e contorcimenti vari usati per spiegare gli errori dei sondaggi alla vigilia delle elezioni... Per sintetizzare, saremmo un popolo di ignoranti, lontani dalla politica, addirittura anti-sistema, irrazionali, istintivi e impulsivi, vittime delle fascinazioni verbali, delle magie del leader illusionista. Cominciano ad accorgersene anche a sinistra se un direttore dell'Unità, nel suo blog, ha scritto: «Se sbagli l'analisi, poi perdi e se la sbagli ripetutamente riperdi... Ma chi ripagherà l'errore di analisi compiuto reiteratamente per 15 anni su Berlusconi? Se avessimo riconosciuto subito che il nostro avversario era geniale, che aveva consenso, che rappresentava idealità e interessi...». Noi lo sappiamo da sempre. Come sappiamo di rappresentare un popolo libero e consapevole. Legato alla nostra tradizione, dotato di un senso comune, fortemente riformista e innovatore. Ma siamo anche un popolo giovane, come dimostra un recente sondaggio poco reclamizzato anche se pubblicato sul sito della presidenza del Consiglio, secondo il quale il 45,5% dei giovani fra i 18 e i 24 anni, se votasse oggi, voterebbe Pdl. Ribaltando così il risultato delle politiche del 2006, nelle quali proprio questa fascia di età avrebbe consegnato, con quella presunta maggioranza di 24000 voti, la Camera dei Deputati alla sinistra. Noi siamo il Popolo della Libertà perché non abbiamo la pretesa che ha la sinistra di cambiare la società, di stravolgerne la tradizione e i costumi. Vogliamo liberare le energie che già esistono: «Energie, che debbono comporsi a nuclei vitali - dice don Sturzo - che potranno fermare o modificare le correnti disgregatrici, le agitazioni promosse in nome di una sistematica lotta di classe e della rivoluzione anarchica e attingere dall'anima popolare gli elementi di conservazione e di progresso, dando valore all'autorità come forza ed esponente insieme della sovranità popolare e della collaborazione sociale». Vogliamo dare a tutti quelle pari opportunità, quelle pari condizioni di partenza che sono il contrario della società delle caste e dei privilegi. Viva il merito, a dispetto del livellamento di massa, del voto politico, del posto clientelare, anatemi contro l'intelligenza, sfregi alla dignità della persona. Noi rispettiamo il popolo italiano con la sua storia e i suoi valori. Per questo ci è estraneo il conflitto laici-cattolici che ultimamente si sta cercando di riproporre, il cui culmine si è vissuto quando si è impedito a Benedetto XVI di andare all'Univesità La Sapienza, e che si ripropone ogni giorno contrapponendo fittiziamente credenti e non credenti sui temi cosiddetti eticamente sensibili. Libertà religiosa, non solo agl'individui ma anche alla Chiesa, per la esplicazione della sua missione spirituale nel mondo; libertà di insegnamento, senza monopoli statali; libertà alle organizzazioni di classe, senza preferenze e privilegi di parte; libertà comunale e locale secondo le gloriose tradizioni italiche. Scrive «ai liberi e forti» già nel 1919 don Sturzo, senza il quale il termine liberale non avrebbe avuto un'accezione popolare, riferito come era a una ristretta cerchia anticlericale. Noi non abbiamo paura di difendere le radici cristiane dell'Italia e dell'Europa, perché conosciamo la storia e non la distorciamo attraverso le lenti di una ideologia. Conosciamo i guasti che il negare la realtà ha prodotto sul senso d'identità dei popoli. E' per questo che tanti intellettuali si interrogano oggi sull'identità dell'Europa. La tesi di Rémi Brague in Il futuro dell'Occidente. Nel modello romano la salvezza dell'Europa, ad esempio, è interessante: secondo Brague il modello culturale dell'Europa è Roma e la «romanità» consiste nel saper ricevere e trasmettere, nell'essere aperto all'altro. E possiamo essere cattolici, tutti, non nel senso confessionale, ma nel senso greco del termine: universali. Non condivido tutte le tesi di questo professore di Storia della filosofia medievale, ma è indubbio il contributo che i suoi libri danno al dibattito. Da noi è difficile, se non impossibile, di fronte a certi temi, non ritrovarsi confinati negli steccati in cui il confronto pubblico è ancora costretto. Il pensiero dominante non intende ragioni e pretende di imbrigliare il popolo nel suo schema utopico, riconoscendo allo Stato il ruolo di imporre il suo ordine, le sue regole, derubando i cittadini della loro libertà. Qui sta il cambiamento rivoluzionario che la nostra storia politica, da Forza Italia al Pdl, ha portato. Noi non partiamo da alcuna dottrina indotta. Noi siamo un partito popolare che accoglie il senso comune dei cittadini e riteniamo nostro compito interpretarlo. Come recita il «credo laico», caro a Berlusconi, noi crediamo che lo Stato sia al servizio dei cittadini e non i cittadini al servizio dello Stato. Crediamo fermamente nel primo articolo della Costituzione laddove recita: «La sovranità appartiene al popolo». Articolo uno: il più disatteso nella storia del nostro paese, dove i partiti che l'hanno storicamente governato hanno sempre guardato al popolo con diffidenza, considerandolo un soggetto da educare. Neanche il terzo articolo si è mai felicemente compiuto, per noi fondamentale e parte integrante del cambiamento: «E' compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana». E' l'articolo guida del cambiamento che noi vogliamo, il più cristiano e il più laico contemporaneamente, scolpito nel cuore di tutti gli uomini di buona volontà. Esso è l'inno alla solidarietà e alla libertà. Per noi la centralità della persona è valore fondante. Sui diritti della persona si fonda la libertà. Che è anche libertà dallo Stato, nel senso che lo Stato non può essere invadente. Statalista uguale laicista. Ci riconosciamo nelle parole di De Gasperi: «Si parla sempre di diritti dello Stato come fossero sovrani e superiori a qualunque altro diritto mentre la verità è che prima viene l'uomo e poi lo Stato». Dalla visione di una società libera e responsabile derivano tutti i valori in cui crediamo. Dalla nostra identità di popolo traiamo il senso del nostro essere in Europa e nel mondo. Non ci lasciamo travolgere dalle varie analisi su una globalizzazione negativa che avrebbe spazzato via Stati e nazioni e svuotato di significato parole come territorio e paese. Non ci riconosciamo nella «paura liquida» a cui è approdato un famoso filosofo uscito dal comunismo dopo essere partito dall'«amore liquido» passando per «vita liquida» e «modernità liquida». Sta accadendo l'esatto contrario, anche in Europa. «L'Unione Europea federazione di Stati era stata pensata come un processo delle cose, quasi che il fattore globale dovesse far decrescere il fattore nazionale. È avvenuto il contrario: la globalizzazione del mondo ha posto fine alla federazione europea come entità superiore agli Stati», ha scritto don Baget Bozzo in un articolo dell'ottobre scorso. Ma la nostra è una forza europeista, contrariamente alla sinistra, e ci riconosciamo nel progetto originario di Europa dei popoli che i padri fondatori - De Gasperi, Schuman e Adenauer - avevano pensato. Continueremo a lavorare per questo e per salvare l'Europa dal tentativo di trasformarla in quel super Stato di burocrati che ha fatto scrivere a una studiosa come Ida Magli il libro Contro l'Europa, dove l'antropologa analizza il pericolo di una deriva antidemocratica e vede questo pericolo così attuale che ai termini «Europa» e «cittadini» ha sostituito quelli di «impero» e di «sudditi». Spira un vento diverso. C'è bisogno di tornare alla concretezza, alla tradizione, ai valori, alla famiglia. Anche a una economia fatta di nuovo di artigianato e capannoni industriali, meno effimera, come ribadiva qualche giorno fa Giulio Tremonti in un articolo sulla Padania. A rimettere in pista parole come responsabilità, merito, autorità, bene comune. Per affrontare queste nuove sfide oggi c'è bisogno di una forza politica come il Pdl, un grande partito popolare di ispirazione cristiana e liberale, che si colloca, in ambito europeo, nella grande casa del Ppe. Perché se è vero che abbiamo bisogno di più Europa, è vero che abbiamo bisogno di partiti europei e vogliamo che l'Italia partecipi da protagonista alla formazione di questi partiti europei. La nostra è una realtà solida e stabile perché forti sono i nostri ideali. Ci siamo trovati tante volte a riflettere sulla nascita di un Ppe Italia. E tanti di noi si erano detti convinti che un nucleo di quel partito ci fosse già: era Forza Italia. Oggi, con il Popolo della Libertà, i tempi sono finalmente maturi perché si risolvano quelle anomalie del nostro paese rispetto all'Europa, frutto delle anomalie della nostra storia più recente. Elisabetta Gardini |
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Ragionpolitica, periodico on line n.253 del 26/2/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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