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numero 280
6 marzo 2008
 
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Doppiezza postcomunista

di Andrea Camaiora - 7 marzo 2008

Veltroni blandisce i cattolici con complimenti e lusinghe. Li rassicura sull'alleanza con i Radicali. Va da Fioroni e fa un mega intervento in cui cita De Gasperi e si riempie la bocca di espressioni da bignami del cattolicesimo democratico. In prima fila, ad ascoltarlo, ci sono l'ex sindacalista cattolico cislino Franco Marini, l'ex cristiano sociale Dario Franceschini, l'ex capo della segreteria politica di Martinazzoli, Pierluigi Castagnetti, il teodem Luigi Bobba e con loro tanti altri. Manca all'appello Rosy Bindi, donna coraggiosa e coriacea, che non intende piegarsi al veltronismo e all'inserimento dei Radicali nelle liste del Pd. Gli altri cattolici adulti ex popolari, chiamati a raccolta dal ministro dell'Istruzione, ascoltano incantati Veltroni che insegna loro, partendo dalla lezione dello scomparso storico Pietro Scoppola, che tra laici e cattolici i muri devono cadere una volta per tutte.

Nel frattempo il quotidiano di cui Veltroni è stato direttore, L'Unità, scrive («Cari cattolici basta crociate» di Carlo Flamigni, 27 febbraio 2008): «La gente, molta gente è arrabbiata e, bisogna avere il coraggio di dirlo, ce l'ha con i cattolici. Proprio non riesce a fare distinzione. Non è una questione che riguarda solo le donne... E allora mi rivolgo ai cattolici, a quelli che hanno ancora voglia di ragionare con la loro testa, e a loro chiedo perché. Perché questa crociata. Perché questi attacchi così violenti e malevoli che, è solo un esempio che faccio, intendono cambiare una legge che... ha risolto un drammatico problema sociale? ... C'è qualcuno così folle da pensare che questo paese ha bisogno di una guerra di religione?». Usa il termine «crociata», Flamigni. E denuncia attacchi violenti, persino malevoli. Insomma, riscrive la cronaca degli ultimi anni richiamando persino una guerra di religione che è necessario scongiurare. Ecco allora la soluzione per il dialogo laici-cattolici suggerita da L'Unità: «Proviamo a chiedere all'Avvenire e all'Unità di pubblicare, ogni domenica, la stessa pagina, costruita in comune, sui temi eticamente sensibili e approviamo un codice di comportamento che esiga una moratoria (?) sugli insulti e le accuse becere». Dulcis in fundo, Flamigni ammette: «Lo so, abbiamo, noi e voi, un concetto molto diverso di cosa significa esattamente prevenire l'aborto». Flamigni certifica quindi l'inconciliabilità tra la concezione della vita propria dei cattolici e quella dei massimalisti post comunisti.

Gli esempi di doppiezza comunista o, se si preferisce, postcomunista, non sono finiti: dall'inizio della campagna elettorale Veltroni continua infatti a rivendicare di aver abbassato i toni del confronto nel nome di una contrapposizione civile, che metta da parte l'odio. Intanto però non c'è solo D'Alema che attacca con inusitata violenza. Ecco che cosa scrive Padellaro su L'Unità di sabato 1 marzo, nell'editoriale dal titolo emblematico «Il Cavaliere dell'Italia ingiusta»: «Il figlio del capo di Cosa Nostra, boss mafioso anch'egli scarcerato per decorrenza dei termini grazie a una burocrazia lenta e indifferente. La lista dei superevasori fiscali del Liechtenstein... Gli arbitraggi del calcio accusati di favorire sempre le società potenti a scapito delle piccole. Sono tre titoli di stretta attualità che hanno in comune la stessa parola chiave. Ingiustizia». Padellaro però è colpito soprattutto dalla scarcerazione di Riina jr. (e ha ragione, anche se attribuisce le colpe genericamente alla burocrazia, evitando di chiamare in causa la magistratura) e dal fatto che possa liberamente andare in giro per Corleone «con il giubbotto Moncler e il maglioncino rosa. Immagine che certamente non farà che avvalorare l'amara convinzione ormai radicata nel senso comune del paese. Che ormai in galera ci va soltanto chi è troppo povero o chi è troppo fesso. Come ben sa l'uomo delle leggi ad personam. Chi paga le tasse è invece soltanto un fesso. Come non pensarlo mentre Berlusconi declama il suo eterno programma di sperperi. Musica per le orecchie degli evasori di cielo di terra e di mare resi di nuovo liberi se lui tornerà al governo».

Padellaro ha avvisato i lettori de L'Unità: il nemico è ancora Berlusconi, se va al governo saranno guai per l'Italia, destinata alla decadenza morale, civile, economica. Del resto, Berlusconi è colpevole; è «lui che ha massacrato i conti pubblici (e) si permette di insultare il governo del risanamento e della ritrovata credibilità in Europa. Se torna tutta questa gente aspettiamoci che i furbi e i furbetti di Vaduz vengano additati a pubblico esempio ed insigniti di cavalierati al merito. Di lotta all'evasione fiscale non se ne sentirà più parlare e nella testa delle giovani generazioni si inculcherà l'idea che i contribuenti onesti sono dei poveracci, dei deboli che il fisco fa bene a tartassare». Per Padellaro avere il Popolo della Libertà al governo significa anche rovinare i giovani, facendo perdere loro di vista i più sani principi. Forse il direttore de L'Unità intende riproporre, con vent'anni di ritardo, la questione morale tanto cara a Berlinguer? Pare proprio di sì. Ma lo fa con un linguaggio se possibile ancora più greve di quello usato da Antonio Tatò nei confronti di Craxi. Per Padellaro all'origine di tutti i principali mali italiani, persino della delinquenza comune, c'è un solo uomo: Berlusconi. E così, mentre Walter fa il buonista e gioca col fioretto, il «suo» giornale usa il machete. Come si vede, la doppiezza della tradizione comunista non è stata per nulla abbandonata ma, anzi, è più forte che mai.

Andrea Camaiora

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Ragionpolitica, periodico on line n.280 del 6/3/2008
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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
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