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numero 280
6 marzo 2008
 
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Giù le mani dall'infanzia!

di Francesco Natale - 7 marzo 2008

Oggi parliamo di Donna e Margaux. Due donne americane che formano una coppia moderna. Due donne americane che hanno un figlio. Parliamo anche e soprattutto di questo figlio, Grayson. La notizia, nel merito della quale entreremo tra qualche riga, l'ho rinvenuta su Effedieffe.com, interessante sito di informazione non convenzionale capeggiato da Maurizio Blondet. L'articolo in questione, scritto da Stefano Maria Chiari, pone l'accento su un problema gravissimo e, in quanto tale, sostanzialmente ignorato. Donna e Margaux, infatti, nell'intento di stemperare i comprensibili problemi che Grayson ha dovuto e dovrà affrontare in quanto figlio di coppia omosessuale, hanno ideato e prodotto un cartone animato, «Buddy G», il cui protagonista è un bambino con due mamme. Grayson quindi, e come lui tanti altri bambini che non hanno mamma e papà bensì due «genitori» (o progenitore A e progenitore B, secondo la vulgata bruxelliana), guarda, se con entusiasmo o no non lo sappiamo, «Buddy G», mentre la maggior parte dei suoi coetanei resta ancorata al medioevo dei robottoni giapponesi o alle Winx.

Facciamo un veloce salto geografico e arriviamo in Inghilterra, dove il ministero della Pubblica Istruzione ha imposto ai docenti di non usare più parole come «mamma» e «papà», «parole omofobe - scrive Chiari - che potrebbero offendere i figli di coppie gay o lesbiche». Quindi, ennesimo salto: Roma, caput mundi dalle notti bianche. L'assessorato alle Pari Opportunità «ha deciso di mandare figli e genitori a lezione di omosessualità» attraverso il programma «Smontiamo i bullismi, impariamo a convivere», promosso dal circolo di cultura omosessuale Mario Mieli. 60 incontri in cui si affronteranno tematiche quali il machismo e l'omofobia. Sulla Spagna zapateriana abbiamo già scritto e detto ad nauseam, quindi per stavolta soprassediamo.

Questo è il nuovo fronte dell'offensiva promossa strenuamente da sostenitori senza se e senza ma delle cosiddette «libertà civili»: demolire, a partire dai primi anni dell'infanzia fino agli ultimi dell'adolescenza, qualunque brandello di apparato critico. Non più bambini, bensì fenomeni sociali o, meglio, socialmente corretti. Individualismo egotico ed egoista da parte degli ex-diversi spinto al parossismo, fino alla costruzione di un nuovo, omologante, pensiero unico: non esiste alcuna diversità, tutto è uguale e, soprattutto, tutto è indifferente.

Non posso fare a meno di ripensare, per l'ennesima volta con nostalgia, alla mia (nostra?) infanzia, a cavallo tra gli anni '70 e '80, periodo nel quale tutto, dai sistemi educativi (allora davvero efficaci), ai programmi televisivi, all'interazione sociale convergeva verso un punto ben preciso: instillare la giusta cognizione che tra bene e male una differenza netta esiste, instillare un giusto rispetto nei confronti di regole e gerarchie (ben diverso dall'odierno feticismo costituzionale di oggi, inutile, anzi dannoso), instillare anche quel primordiale, se non giusto comunque legittimo, senso di ribellione che ogni bambino o adolescente dovrebbe sperimentare nel corso della propria vita. Una realtà ove il bullismo non esisteva, almeno non nei termini drammatici in cui si manifesta oggi, perché in primo luogo si imparava l'arte dell'autodifesa o, nei casi più gravi, intervenivano i docenti, che una volta non erano ridotti, come oggi, al ruolo di comparse, ostaggi di famiglie supponenti, leggi insensate (vedi Inghilterra) o tribunali amministrativi che, di fatto, li hanno spogliati di ogni legittima potestà.

Ricordo ancora l'influsso positivo che i primi cartoni animati esercitarono su intere generazioni: niente «Buddy G» per noi. Non avremmo saputo che farcene. Cartoni che oggi sarebbero considerati da qualche psicoaruspice freudiano pericolosissimi per la dose di violenza manifesta che contenevano. Violenza che non era mai fine a se stessa, però, che non era mai il fine, bensì un mezzo, uno strumento narrativo che portava il fanciullo a riconoscere e a fare propri principi assolutamente positivi: bene e male esistono, il bene è destinato a trionfare anche se attraverso dolore e sacrificio, il male può redimersi in extremo e, soprattutto, chi è più forte ha il dovere di aiutare chi è più debole. Questo ci hanno insegnato, certo, col loro linguaggio visivo semplificato e un po' manicheo, Kenshiro e Daitarn 3, questo ci ha insegnato l'immortale Naoto Date, l'Uomo Tigre che, feroce e sanguinario sul ring, si faceva in quattro per aiutare i bambini dell'orfanotrofio dove fu ospite prima di entrare nella temibile «Tana delle Tigri» e vedersi spogliato per sempre della propria infanzia.

Chiedetevi ora: che cosa mai potrebbe insegnare un cartone come «Buddy G»? Il rispetto per la diversità, forse? Non credo proprio. Non nel momento in cui la ratio retrostante a suddetto cartone animato è proprio quella di inoculare, in maniera rettilea, il concetto distorto che le differenze non esistono. Come faccio, quindi, a rispettare qualcosa che non esiste?

! Francesco Natale
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Ragionpolitica, periodico on line n.280 del 6/3/2008
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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero
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