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6 marzo 2008
 
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La crisi sudamericana

di Stefano Magni - 5 marzo 2008

In America Latina, dalla fine della Guerra Fredda, non si è mai più rischiato seriamente un conflitto regionale. Adesso, invece, ci troviamo di fronte a una situazione pre-bellica. Gli eserciti di due paesi (Ecuador e Venezuela) sono parzialmente mobilitati e schierati ai confini con la Colombia. Le relazioni diplomatiche tra Ecuador, Colombia e Venezuela sono interrotte. Le cause sono da ricercare nell'ideologia, perché con la nascita e la diffusione di regimi populisti di estrema sinistra, ricomincia nella regione un confronto ideologico, una lotta per stabilire quale modello politico ed economico adottare per il futuro dell'intero sub-continente.

La scintilla che sta facendo scoppiare l'incendio è un'azione militare colombiana contro un'organizzazione terroristica, le Farc, residuo della Guerra Fredda. Le Farc sono infatti un sottoprodotto della politica di esportazione della rivoluzione cubana voluta da Fidel Castro, sono nate nel 1964 come braccio armato del partito comunista colombiano e sono state sostenute per decenni dal regime de L'Avana. Ora che Cuba non è più in grado di essere da sola la portabandiera della rivoluzione comunista nell'America Latina, sono subentrati i nuovi regimi populisti confinanti con la Colombia: il Venezuela di Hugo Chavez e l'Ecuador di Rafael Correa.

Questo ruolo di sostegno a un gruppo di guerriglieri era una delle tante cose «risapute, ma non dette, in quanto non dimostrate», tipica di tutte le politiche segrete dei regimi rivoluzionari. Ora, invece, il governo colombiano ha trovato le prove. La settimana scorsa, le rivelazioni di una spia e alcune intercettazioni hanno portato all'individuazione di un centro di comando e controllo delle Farc nel territorio dell'Ecuador, a Santa Rosa.

Nel primo mattino di sabato l'aviazione ha attaccato il campo. Quando, dopo il passaggio degli aerei, sono arrivate le truppe d'assalto, sono stati rinvenuti i cadaveri di Raul Reyes, portavoce della guerriglia e di altri sedici alti esponenti del movimento ribelle. Si è trattato del colpo più duro inflitto all'immagine delle Farc, la cui leadership era sinora considerata «invulnerabile». Ma, soprattutto, i militari colombiani hanno trovato i computer con tutti i documenti della guerriglia. Nel suo rapporto di ieri, il capo della polizia colombiana, Oscar Naranjo, ha denunciato il ritrovamento nel centro di comando e controllo della guerriglia, di documenti che proverebbero la connivenza del governo dell'Ecuador. Sono state trovate le prove dei finanziamenti venezuelani alle Farc. Ed è stato svelato un gigantesco traffico clandestino di droga e uranio che coinvolge sia il Venezuela che l'Ecuador. Inoltre il centro di comando e controllo attaccato sabato dall'aviazione non era un campo improvvisato nella giungla, ma una «struttura permanente», dunque costruita e mantenuta con la complicità, più o meno tacita, del governo ecuadoriano. Il ministro degli Esteri venezuelano ha immediatamente smentito l'esistenza di questi rapporti. Ma i documenti «saranno sottoposti a verifiche tecniche internazionali», come ha annunciato ieri il governo colombiano, spiegando in una nota ufficiale che tutto il materiale sequestrato sarà inviato all'Onu e all'Organizzazione degli Stati Americani. Ma a dimostrare ancor di più l'esistenza di una connivenza strategica tra le Farc e i due governi populisti è proprio la loro stessa reazione militare. Di fronte a un blitz che ha smantellato un covo di un'organizzazione terroristica (riconosciuta tale, sia dall'Ue che dagli Stati Uniti), Chavez e Correa reagiscono con una mobilitazione dell'esercito regolare. Dichiarando implicitamente che quei terroristi sono una loro emanazione.

! Stefano Magni
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