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numero 280
6 marzo 2008
 
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In Somalia per far frontre al terrorismo islamico

di Anna Bono - 7 marzo 2008

Risolto in Kenya con un compromesso il conflitto politico scoppiato dopo le elezioni del 27 dicembre, l'attenzione internazionale si sposta di nuovo sulle crisi che rendono pericolosamente instabile la vasta zona del Corno d'Africa: prima fra tutte quella in corso ormai da 17 anni in Somalia. In Kenya, come spesso succede in Africa quando i contendenti capiscono di non potersi sbarazzare degli avversari, il presidente rieletto Mwai Kibaki e il candidato sconfitto Raila Odinga, che ha contestato l'esito del voto, si sono stretti la mano e hanno accettato di spartirsi il potere. Sull'esempio di Costa d'Avorio e Sudan, il paese avrà d'ora in poi due vicepresidenti (il Sudan ne ha addirittura tre, per accontentare i leader di tre diversi movimenti antigovernativi ora entrati nella coalizione di governo) ed è stata istituita la tanto attesa carica di primo ministro, affidata al leader dell'opposizione che peraltro non si può neanche più definire tale dal momento che detiene la maggioranza relativa in parlamento e, in base agli accordi della scorsa settimana, avrà i propri ministri nel prossimo governo.

Anche se tutti sanno che l'intesa raggiunta non è garanzia di una svolta positiva in termini di buon governo, l'accordo è stato accolto con sollievo perché l'alternativa era e resta la guerra civile, come dimostra appunto la vicina Somalia dove, sostanzialmente falliti i tentativi di mediazione, si continua a combattere per il controllo non tanto delle istituzioni politiche quasi prive di funzioni quanto del territorio e delle sue potenziali risorse e quindi soprattutto delle città principali.

La Somalia insegna molto di più: per esempio, che un livello minimo di stabilità è indispensabile se si assume come obiettivo prioritario la sopravvivenza e la dignità degli abitanti di una nazione. Le stime più aggiornate parlano di circa un milione di profughi somali allo sbando, bisognosi di tutto e, secondo la Fao, nei prossimi sei mesi occorrerà sfamare due milioni di persone o sarà una catastrofe umanitaria ancora più grave di quella del Darfur. La capacità di sostenere l'onere di provvedere a loro, ad altri milioni di profughi e sfollati - non c'è paese africano che non ne abbia - e a decine di milioni di persone che, praticando economie di sussistenza, necessitano di assistenza costante o intermittente, non può essere data per certa a tempo indeterminato: come sosteneva con lucidità Desiderio Pirovano nei suoi saggi sulle cause della povertà nel mondo, l'elemosina è anch'essa una forma di consumo che, se spinta oltre un certo limite, crea sempre maggiore povertà per tutti.

L'esperienza somala inoltre prova che è prematuro affidare all'Unione Africana compiti di peacekeeping, come dimostrano anche le crisi del Darfur e delle Isole Comore, e che quindi ancora per molto tempo quest'onere continuerà a pesare sulla «comunità internazionale». Soltanto due dei paesi che si erano impegnati a fornire truppe alla Amisom, la missione africana incaricata nel 2007 di sostituirsi alle truppe etiopi nel compito di proteggere le istituzioni politiche e ristabilire la pace, hanno infatti mantenuto la promessa. Il risultato è che i soldati dell'Uganda e del Burundi inviati a Mogadiscio, in tutto meno di 3.000, sono impotenti. Il 18 febbraio l'Unione Africana ha chiesto al Consiglio di sicurezza dell'Onu di inviare con urgenza una missione che prenda il posto dei suoi caschi verdi, ma l'Onu ha preferito prorogare di sei mesi l'inutile mandato della Amisom lasciando di fatto all'Etiopia l'incarico di continuare a combattere per Mogadiscio.

Per finire, la Somalia conferma che l'Africa è il nuovo fronte del terrorismo islamico e dell'islam integralista, che approfittano di ogni situazione propizia per conquistare territori, islamizzare nuove fasce di popolazione e insediare cellule operative e dormienti. Nel caso della Somalia, la minaccia è data dalla coalizione di clan nota come Unione delle Corti islamiche e legata ad al Qaeda che nel 2006 era riuscita a impadronirsi di intere provincie e città e che solo l'intervento di Addis Abeba, sostenuta dagli Stati Uniti, ha fermato. Ma il pericolo è tutt'altro che scongiurato: delle cellule terroristiche sopravvivono, continuano a combattere e tentano di riconquistare terreno. A febbraio una nave da guerra degli Stati Uniti ha attaccato un villaggio del nord e nella notte tra il 2 e il 3 marzo l'aviazione americana ha bombardato un villaggio del sud divenuto roccaforte delle Corti: il bersaglio era il terrorista Hassan Turki o forse un cittadino del Kenya, Saleh Nabhan, sospettato di aver partecipato all'organizzazione degli attentati compiuti a Mombasa nel 2002.

! Anna Bono
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Ragionpolitica, periodico on line n.280 del 6/3/2008
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Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998
Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero
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