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6 marzo 2008
 
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I frutti dell'odio contro Israele

di Stefano Magni - 8 marzo 2008

Può lasciare sconcertati l'idendità del terrorista che ha ucciso a colpi di mitra otto studenti della scuola rabbinica Merkaz Harav di Gerusalemme. Ala Hisham Abu Dheim aveva passaporto israeliano, non abitava nella Gaza di Hamas, ma nella Gerusalemme Est controllata da Israele e probabilmente futura capitale dell'Autorità Nazionale Palestinese di Abu Mazen. Aveva lavorato come autista in Israele, anche per la stessa scuola che poi è stata il teatro del suo ultimo gesto criminale. Era conosciuto anche dalle forze dell'ordine, che lo avevano già arrestato per sospetti contatti con Hezbollah (che da anni fa proseliti tra gli arabi di Israele), ma poi era stato rilasciato per assenza di prove. Evidentemente Abu Dheim nutriva quantomeno un'affinità ideologica con il movimento islamista: sparando contro studenti ebrei intenti a leggere testi sacri e a meditare, il suo è stato un attacco deliberato contro la religione ebraica e in uno dei luoghi simbolici del sionismo, in una scuola religiosa fondata negli anni '20 dal rabbino Avaraham Yitzhak Kook, uno dei più accesi sostenitori della nascita dello Stato ebraico.

Il gesto dell'attentatore appare come un'impresa solitaria, ma non è un gesto isolato. Alla domanda su chi fosse il colpevole della strage, lo scrittore Elie Wiesel, scampato ad Auschwitz, ha detto al Corriere della Sera: «La risposta la darà l'indagine che dovrà cercare di scoprire soprattutto l'identità dei maestri di quei terroristi suicidi. Chi ha instillato nelle loro menti un odio tanto profondo da indurli a compiere quel gesto di inenarrabile crudeltà è altrettanto colpevole». Mentre pronunciava queste parole, tutte le organizzazioni armate palestinesi rivendicavano il gesto criminale, dicevano orgogliosamente «siamo stati noi», a partire dalla sconosciuta organizzazione degli «Uomini Liberi della Cisgiordania», che ha agito nel nome del terrorista Imad Mughniyeh ucciso a Damasco, al più famoso e potente partito islamista Hamas. Proprio nel feudo di quest'ultimo, a Gaza, la gente è scesa in strada a festeggiare non appena si è diffusa la notizia dell'eccidio degli studenti ebrei. Hanno salutato l'evento come una vittoria militare, sparando in aria e tirando i fuochi d'artificio.

Intanto a Gerusalemme, mentre si celebravano i funerali delle otto vittime, la famiglia del terrorista (ucciso con un colpo alla testa da uno studente armato prima che potesse fare altri morti) riceveva le condoglianze di tutto il quartiere: sulla sua tenda funebre sono state issate le bandiere di Hamas. La famiglia si dice orgogliosa del gesto del venticinquenne. Sono questi i maestri dei terroristi suicidi. Gente cresciuta nell'ombra dell'istruzione pubblica palestinese dove, nonostante il «processo di pace», si insegna che Israele non esiste e che quella ebraica è un'occupazione di un territorio arabo che va dal Giordano al Mediterraneo. Nell'Autorità Nazionale Palestinese, Abu Mazen può parlare bene del processo di pace e mostrarsi come un moderato, ma nelle sue scuole, nei libri di testo ufficiali, si insegna ancora che «la guerra palestinese (la I guerra arabo-israeliana, ndr) si è conclusa con una catastrofe senza precedenti nella storia, quando la gang sionista ci ha rubato la Palestina e ha espulso il popolo dalle sue case, stabilendo lo Stato di Israele». E' gente che, fin dai primi anni di vita, vede programmi per bambini alla tv pubblica palestinese, dove un pupazzo uguale a Busgs Bunny incita i bambini allo sterminio degli infedeli, come è stato visto su Al Aqsa Tv (la televisione palestinese di Hamas) la settimana scorsa. E non stiamo parlando di una cultura spontanea e popolare disapprovata dai vertici, bensì di un processo di educazione culturale voluto e pianificato dai regimi islamici.

Hamas, nel suo feudo di Gaza, non fa altro che ereditare l'impianto propagandistico e culturale creato dalla classe dirigente del «laico» Arafat. In Libano, la stampa, anche quella più moderata, come il giornale in lingua francese L'Orient le Jour, nel giorno della strage titolava: «La risposta palestinese ai crimini israeliani». Sempre in Libano, Nasrallah e i suoi luogotenenti lanciano proclami quasi quotidiani sull'imminenza di una guerra contro Israele. E intanto accumulano armi nei loro arsenali per mettere in pratica le loro parole: un rapporto consegnato la settimana scorsa all'Onu da Israele rivela che Hezbollah (sotto il naso della forza Unifil) dispone ormai di 20.000 razzi a lungo raggio e 10.000 a corto raggio, più di quelli che bastarono per combattere un mese di guerra nell'estate del 2006.

L'Egitto, che formalmente è in pace con Israele dal 1979 e che nel 1982 ha riavuto indietro il Sinai, mantiene un atteggiamento ambiguo. Partner di Israele sul piano formale, è una delle principali culle islamiche dell'odio contro lo Stato ebraico. Il contrabbando di armi verso la Striscia di Gaza è continuo. Approfittando della breve apertura del valico di Rafah, nel feudo di Hamas sono entrati persino i razzi Grad, subito tirati contro Ashkelon. E' evidente che vi siano complici nelle autorità egiziane: armi pesanti di quel tipo non passano inosservate. La Libia ha bloccato una risoluzione di condanna del Consiglio di Sicurezza dell'Onu contro l'eccidio di Gerusalemme, perché ritiene che Israele sia uno Stato terrorista e si sia meritato la strage. Secondo un diplomatico libico (che non ha voluto essere identificato), non si è ottenuto il consenso sul testo della risoluzione perché la Libia e «quattro o cinque» membri del più importante organismo dell'Onu volevano inserire anche un riferimento ai bombardamenti israeliani su Gaza. Di fatto, avrebbero voluto giustificare la strage, anche sul piano formale. «L'Onu è infiltrato da terroristi» ha dichiarato l'ambasciatore israeliano. Come dargli torto nel giorno in cui avviene uno dei più grandi fallimenti delle Nazioni Unite, incapaci anche di dare una definizione di terrorismo e di condannare, anche solo formalmente, un massacro di studenti ebrei?

! Stefano Magni
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