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numero 280
6 marzo 2008
 
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Medioevo mediorientale

di Gabriele Cazzulini - 8 marzo 2008

Il Medioriente non è mai stato così lontano come in questi giorni. Le acque del Mediterraneo lambiscono la Palestina, ma sulla terra oltre la costa è calata la tenebra. I palestinesi hanno interrotto il loro cannibalismo interno per riappacificarsi intorno alla strage di otto giovanissimi studenti di teologia ebraica a Gerusalemme, compiuta da un terrorista palestinese proveniente dal settore orientale della città. Indietro di migliaia di anni nell'evoluzione dell'etica tra i popoli, che non impone la tolleranza ma esige il rispetto della vita e soprattutto della morte altrui. Invece no. Un terrorista che nella vita comune faceva l'autista a Gerusalemme Est ha utilizzato la sua carta d'identità, rilasciata dalle autorità israeliane, per entrare nel settore ebraico, entrare in una scuola dove s'insegna la Torah e iniziare a sparare alla cieca tra gli studenti fino a quando l'attentatore non è stato a sua volta abbattuto da una guardia in pensione.

Non conta più imbracciare un'arma e indossare un'uniforme. Non conta più militare in un partito o impegnarsi nella vita politica. Gli israeliani sono un unico indistinto bersaglio da colpire. Siccome l'ebraismo è il cuore dell'identità israeliana come il sionismo è il fulcro dello Stato politico, anche i discepoli dell'ebraismo finiscono annoverati tra i nemici. E' sempre il terrorismo. Colpire civili nei luoghi simbolo della comunità. Le Torri Gemelle, la metropolitana, le sinagoghe e ogni altro spazio intriso del simbolismo dell'identità. La clessidra del tempo si ribalta: l'illusoria sovrastruttura dell'essere «anti-israeliani» si smaschera nella solita vecchia struttura dell'antisemitismo. Il problema non cambia: è sempre l'ebreo. Invece i suoi nemici continuano a cambiare, dalle svastiche alla mezzaluna.

L'ebreo, il sionista, l'israeliano sono diventati sinonimi di nemico. Tu o io: Palestina o Israele. Questa è la regola della nuova pedagogia insegnata al popolo. Niente più emancipazione delle masse arabe trascinata dalla secolarizzazione all'occidentale. L'islamismo integralista predica il bene e il male assoluto. Niente sfumature. Colpire l'insegnamento religioso significa voler stroncare la trasmissione dell'identità religiosa alle nuove generazioni. Significa negare il diritto all'esistenza dell'ebraismo stesso. Non è più un attacco politico contro il corpo politico di Israele. E' lo stadio successivo: l'attacco penetra nel cuore dell'ebraismo. Questo fine può essere raggiunto da chiunque. Non c'è bisogno di eserciti e bombe. Basta un folle; basta una legione di estremisti pronti al suicidio e l'impatto produrrà un fungo atomico nelle coscienze.

E' tempo per Israele di trasformare il sangue dei profeti nell'inchiostro con cui scrivere una nuova pagina. Gli svarioni politici di Olmert, che sballotta Israele tra la pace e la guerra, sono diventati parte del problema di credibilità che oggi Israele soffre. Debellare un nemico così agguerrito e disperato vuol dire dotarsi di armi diverse dalle incursioni aeree usa-e-getta. Tra sanguinarie rappresaglie e raffinata diplomazia c'è un deficit di leadership e volontà politica che continua a sabotare dall'interno l'emergere di una prospettiva organica sulla posizione di Israele - a partire dalla scelta fondamentale: guerra o pace. Seguire la via del conflitto significa ritornare a Gaza e prepararsi ad una lunga occupazione. La via della pace vuol dire essere pronti ad amputazioni territoriali. Da ogni parte ci sono costi. Ma almeno il sangue che ha macchiato la Torah non cadrà nel vuoto.

! Gabriele Cazzulini
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