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Peccato che sia femmina. 8 marzo in India e Turchiadi Anna Bono - 8 marzo 2008 In India il governo ha varato in questi giorni un programma per scoraggiare l'aborto di feti femminili, diffusissimo benché illegale. Tale pratica, resa possibile da quando le ecografie consentono di individuare il sesso del nascituro, si è andata affiancando a quella più antica, e tuttora in uso, dell'infanticidio, anch'esso selettivo e mirato a sopprimere le neonate. La funzione di entrambe le pratiche è contenere il numero delle femmine, la cui nascita è accolta senza entusiasmo ed è tanto più sgradita quando, seguendo la tradizione, una famiglia deve fornire ogni figlia di una dote per sposarla: un onere che naturalmente ogni nuova bambina non fa che aumentare. Una delle soluzioni più frequenti è maritare alcune delle figlie con uomini di poche pretese, ad esempio molto anziani o dalla cattiva reputazione. Un'altra è semplicemente smettere di pagare, dopo aver versato un acconto e promesso di saldare il debito durante i primi anni di matrimonio. Se questo succede, il marito spesso diventa insofferente e violento: sono frequenti i casi in cui si libera della moglie uccidendola e, per simulare un incidente domestico, lo fa chiudendola, ad esempio, in cucina e dandole fuoco. La soluzione alla radice è appunto l'aborto selettivo o l'infanticidio. Negli Stati più colpiti dal fenomeno, ad esempio nel Punjab, mediamente nascono 793 femmine ogni 1.000 maschi e, secondo le stime correnti, negli ultimi 20 anni di aborti e infanticidi ne sono stati praticati circa 10 milioni. Questo ha determinato una situazione demografica anomala: mentre a livello mondiale si calcolano 1.050 femmine ogni 1.000 maschi, in India il rapporto è di 927 femmine su 1.000 maschi. Il programma annunciato dal governo indiano, e in procinto di essere attuato in via sperimentale in sette Stati, prevede incentivi economici alle famiglie povere che decidono di far nascere le loro figlie. Per ogni bambina nata, ai genitori verranno assegnati 3.000 dollari, suddivisi in rate; essi inoltre usufruiranno di servizi assistenziali e di una copertura assicurativa fino a quando compirà 18 anni e, se allora risulterà che è andata regolarmente a scuola e non le è stato imposto un matrimonio precoce, saranno premiati con un'ulteriore somma di denaro. L'iniziativa costerà 1,6 milioni di euro e si spera che possa salvare la vita di circa 100.000 bambine. Se in India le bambine rischiano di non nascere, in Turchia molte donne adulte rimpiangono di essere al mondo. Come in India, infatti, anche in Turchia esistono leggi a loro tutela, ma non bastano a proteggerle da abusi e discriminazioni. I risultati di una recente indagine svolta dalla Federazione delle donne turche hanno rivelato che l'87% delle donne subisce abitualmente qualche forma di violenza in ambito familiare: sia essa fisica, sessuale o morale. Il 40% delle donne, inoltre, è costretto ad accettare un matrimonio combinato dalla famiglia, il 20% patisce l'incerto status di donna sposata senza contratto, pratica che serve a mascherare la poligamia, il 20% non sa leggere né scrivere, il 64% partorisce senza aver mai effettuato una visita ginecologica durante la gravidanza. A peggiorare la situazione è il fatto che moltissime bambine non vengono registrate all'anagrafe al momento della nascita, il che rende più facile non mandarle a scuola e imporre loro dei matrimoni forzati; e, naturalmente, l'omicidio d'onore - praticato in Turchia come in altre nazioni dell'area per punire comportamenti ritenuti scandalosi e lesivi del decoro familiare - resta impunito se inflitto a una donna che ufficialmente non esiste. La contraddizione profonda è che tutto questo succede in un paese che, grazie al fondatore del moderno Stato turco, Mustafa Kemal Ataturk, ha attuato da decenni numerose riforme in favore delle pari opportunità. Basti pensare che le donne turche hanno acquisito il diritto di voto nel 1934, 11 anni prima di quelle italiane. Per questo, in occasione dell'8 marzo, è stata indetta a Smirne, patria del kemalismo, una grande manifestazione il cui fulcro sarà appunto la commemorazione dell'opera svolta da Ataturk e la rivendicazione di azioni concrete a tutela dei diritti delle donne. È troppo comodo - sostengono i promotori dell'iniziativa - parlare di libertà e diritti solo quando si tratta di autorizzare l'uso del velo nelle università mentre tutti sanno che il velo spesso non è una scelta, bensì un'imposizione alla quale si associano discriminazioni e violenze.
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Ragionpolitica, periodico on line n.254 del 4/3/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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