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L'eredità «fiscale» del governo Prodidi Fabrizio Goria - 11 marzo 2008 Spendere meglio per spendere meno. Recita più o meno così la ricetta di Walter Veltroni per il risanamento dei conti pubblici ed il taglio delle imposte. Ma una volta finita la demagogia, servono misure strutturali per il rilancio del paese. Coloro i quali fino al 14 ottobre scorso facevano parte dell'Ulivo sono gli stessi che ora compongono il Partito Democratico e sono sempre loro ad aver aumentato il carico fiscale dell'Italia. Sì, perché se nel 2004 eravamo a quota 40,6%, nel 2007 siamo arrivati alla cifra di 43,3% del Pil. Il minimo degli ultimi anni si è registrato nel 2005, con il governo Berlusconi, quando la pressione fiscale si attestò al 40,5%, un segno della buona politica promossa dal ministro Tremonti, che riuscì ad abbassare il peso tributario per cittadini ed imprese per far fronte ad una congiuntura economica in rilancio dopo la crisi post 11 settembre. Ma non bastano questi numeri per chiarire la situazione che viene lasciata dal governo Prodi. Infatti le imposte dirette (Irpef ed Ires) hanno subito un aumento del 9,5% dal 2004, mentre quelle indirette (Iva) sono cresciute del 2,6%. Si tratta dei dati più elevati dal 1997, in netto aumento negli ultimi mesi del 2007, anche in concomitanza con il rallentamento della crescita economica, l'impennata del tasso inflazionario e la conseguente perdita di potere d'acquisto delle famiglie italiane. Gli effetti disastrosi delle politiche economiche promosse dall'attuale esecutivo si possono osservare anche volgendo lo sguardo al mondo delle imprese, con i dati relativi alla produzione industriale, in notevole rallentamento, pari al 6,5% rispetto all'anno precedente, per il quarto trimestre 2007. Ma tutto questo è nulla se non si tiene conto dell'economia reale, quella lontana dai consigli d'amministrazione di banche e multinazionali. I cittadini hanno una percezione molto più negativa di quello che è la vita economica quotidiana, divisa fra bollette sempre più onerose e beni di prima necessità con aumenti del tutto ingiustificati. In questo scenario, fa sorridere lo slogan elettorale del segretario del Pd, Walter Veltroni. «Spendere meglio, spendere meno» continua a ripetere l'ex sindaco di Roma. Ma questa frase sembra solo l'ennesima promessa elettorale, impossibile da mantenere. Ricorda molto da vicino la promessa fatta da Romano Prodi nel 2006, ovvero il non aumento delle imposte. Peccato che i fatti lo abbiano smentito, considerato che l'Italia ha la pressione fiscale più elevata d'Europa, un debito pubblico vicino al 106% del Pil ed un deficit in aumento al 3%, secondo i dati diramati dall'Eurostat e da Joaquìn Almunia, commissario Ue per gli Affari Economici. Questo, unito alle varie emergenze che stiamo vivendo, dal dramma campano alle inefficienze strutturali dei trasporti, dà all'Italia la maglia nera del Vecchio Continente. Gli scenari macroeconomici per il 2008 e per il prossimo anno non consentono misure cautelative, dato che l'esplosione della crisi subprime deve ancora svilupparsi totalmente ed alle porte vi è il settore petrolifero che mostra i primi segnali di cedimento. Quello che manca al nostro paese è il coraggio di voltare pagina, a partire dalla classe politica per giungere all'attitudine economica. La riduzione del carico fiscale è necessaria per poter alimentare la crescita ed il rilancio delle imprese e dei consumi. Ma non basta, urge maggior competitività, una minor burocrazia, un più veloce recepimento delle direttive comunitarie ed una razionalizzazione della Pubblica Amministrazione. Inoltre il mercato nazionale sente la necessità di essere slegato da posizioni anacronistiche ed albi professionali, utili solo ad ingrassare il sistema clientelare ed a bloccare il processo meritocratico. Il programma politico di Veltroni non prevede nulla di tutto questo e non si menzionano nemmeno le liberalizzazioni che potrebbero sbloccare molti settori economici e favorire la creazione di nuovi posti di lavori, oltre che un prezzo finale più leggero per i consumatori. Le tasse non sono mai state bellissime, ma è fondamentale pagarle. Ma un aumento generalizzato delle imposte, come quello del 3% registrato negli ultimi 4 anni, è in grado di frenare un intero paese. Se poi si è in una congiuntura negativa, il blocco è quasi inevitabile. Il pragmatismo è quello che serve, non solo le mere promesse elettorali. Fabrizio Goria |
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Ragionpolitica, periodico on line n.255 del 11/3/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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