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Immigrazione e «fuga dei cervelli»di Anna Bono - 14 marzo 2008 Risanare l'economia e ricollocare saldamente l'Italia in Occidente sono i due cardini di un programma di governo capace di ridarci libertà, benessere e sicurezza. Abbiamo bisogno di una pubblica istruzione di qualità, di infrastrutture essenziali, di un buon programma energetico, di un sistema pensionistico equo e sostenibile: di questo e altro, abbiamo bisogno, ma senza risorse finanziarie, senza un chiaro modello di riferimento e senza una ferma scelta d'appartenenza al mondo libero, nulla di tutto ciò potrà mai essere realizzato. Sono compiti enormi e, dei due, forse il secondo è persino più difficile del primo. Riaffermare la nostra identità occidentale vuol dire infatti assumere di nuovo un ruolo di primo piano all'interno della coalizione dei paesi coinvolti dal 2001 nella guerra dichiarata dal fondamentalismo islamico all'Occidente cristiano: e occorre farlo non solo nel campo militare, ma anche in quello culturale, nel quale una delle sfide più urgenti è riuscire a contrastare e a neutralizzare le ideologie no global, penetrate ovunque, e le iniziative politiche, nazionali e internazionali, che ad esse si ispirano. Su questo fronte, quello delle eco-ciance sulla necessità vitale di spegnere lo stand by dei televisori, delle campagne umanitarie trasformate in campagne d'avversione all'Occidente, delle rivalse femminili che impongono l'uso di termini come «assessora» in nome delle pari opportunità, ogni distrazione è fatale perché - non lo si dirà mai abbastanza - ogni pretesto è buono per colpire l'Occidente e gravi sono i danni materiali e morali che ne derivano. Proprio in questi giorni, al Forum mondiale sulle risorse umane per la salute svoltosi a Kampala, Uganda, si è avuto un saggio di ideologia no global che ha dell'incredibile. Nel corso dei lavori si è parlato anche della «fuga dei cervelli» dai paesi poveri verso quelli industrializzati e delle politiche da intraprendere per mettere fine al fenomeno che è particolarmente preoccupante nel settore sanitario, perché contribuisce a determinare una carenza estrema di personale medico e paramedico, soprattutto in Africa. La proposta che ne è emersa è quella di mettere a punto un codice di condotta per le nazioni che assumono medici e infermieri stranieri. In pratica tali nazioni dovranno impegnarsi a respingere gli immigrati appartenenti a questa categoria provenienti da paesi poveri o limitarne drasticamente l'assunzione, come pare già faccia dal 2007 la Norvegia. Il Forum si è concluso con la decisione di stilare il codice in tempo per poterlo presentare al prossimo Convegno mondiale sulla sanità pubblica. Dunque si tratta di una proposta seria e nessuno sembra essersi preoccupato della discriminazione senza precedenti a cui darebbe luogo: nel caso di medici e infermieri il diritto a emigrare e il dovere di accoglienza nei confronti dei migranti tanto energicamente rivendicati verrebbero meno in nome del bene superiore dei poveri a disporre di adeguati servizi sanitari. Perché, allora, non estendere il divieto di espatriare a ingegneri, architetti, insegnanti, chimici, biologi? E, per quanto riguarda l'Africa, a tutti i laureati, di cui c'è altrettanta scarsità sia perché a laurearsi in Africa sono in pochi sia perché quei pochi, in effetti, se ne hanno l'opportunità, emigrano in altri continenti. Eppure c'è da scommettere che un governo Veltroni accoglierebbe con entusiasmo l'iniziativa, senza rendersi conto di violare un diritto fondamentale e senza fermarsi a pensare, inoltre, che un governo assennato, nell'interesse del proprio paese, dovrebbe caso mai fare il contrario, vale a dire favorire l'afflusso di stranieri qualificati e scoraggiare quello di analfabeti privi di un mestiere. Né si domanderebbe come mai i medici africani emigrano: ad esempio, perché negli ospedali pubblici spesso mancano persino garza e acqua ossigenata e il personale è mal pagato quando non lo è per niente per mesi e anni: il che solleva un'altra domanda e cioè che fine facciano, invece di essere utilizzati per finanziare i servizi sanitari, gli immensi proventi ricavati dai governi e dai popoli africani dal petrolio e dalle altre materie prime, dalle piantagioni di caffè, tè, cacao. Veltroni infatti è convinto che abbiamo sulla coscienza la morte di ogni bambino africano e questo benché in realtà quel poco di buona sanità esistente in Africa dipenda in gran parte dagli aiuti offerti dal resto del mondo: il miglior ospedale di Mombasa, Kenya, è finanziato dall'Aga Khan, capo religioso dei musulmani ismailiti; e decine di ambulatori in tutto il paese, molti dei quali dotati di tecnologie d'avanguardia, esistono e funzionano grazie ai contributi pubblici e privati italiani. Lì, dove si può lavorare con soddisfazione ricevendo un giusto compenso, medici e infermieri fanno la fila per essere assunti.
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Ragionpolitica, periodico on line n.255 del 11/3/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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