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numero 280
6 marzo 2008
 
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L'eredità da cui bisognerà ripartire

di Aurora Franceschelli - 14 marzo 2008

Dopo il 13 e 14 aprile si aprirà, nel nostro Paese, una fase delicata: i dati che ogni giorno si susseguono sullo stato della nostra finanza pubblica non sono certo incoraggianti, anzi, preannunciano un periodo durante il quale chi avrà la responsabilità di governare il Paese sarà chiamato a sforzi non indifferenti per trovare una quadratura del «cerchio economico» italiano. Un cerchio che, durante il governo Prodi, si è trasformato in una morsa soffocante che, infierendo sulle piccole e medie imprese, ha fatto di tutto per strozzare la libera intrapresa e frenare la crescita.

Il Rapporto reso noto martedì dall'Ocse sullo stato delle retribuzioni italiane non fa che confermare lo stato di difficoltà in cui versa il nostro Paese, un Paese in cui cittadini si ritrovano, come corrispettivo delle loro prestazioni lavorative, uno stipendio tra i più miseri dei trenta paesi più industrializzati, pari a 19.861 dollari l'anno netti, calcolati a parità di potere di acquisto, ossia tenendo conto del livello dei prezzi. In questa classifica ci precede persino la Grecia, mentre gli unici due paesi europei che stanno dietro di noi sono Portogallo e Polonia. Questa è la realtà dei fatti: una realtà a tinte fosche, dove a pesare vi è soprattutto un prelievo fiscale e previdenziale pari al 45,9%, una percentuale che supera persino paesi come la Svezia (dove il prelievo si attesta al 45,4%), uno Stato che, tradizionalmente, ha sempre avuto un alta pressione fiscale giustificata, però, da una maggiore efficienza e qualità dei servizi pubblici.

Mentre gli italiani non solo non riescono ad arrivare a fine mese, ma ricorrono sempre più frequentemente all'extrema ratio dell'indebitamento, la crescita italiana sta rallentando, e quasi si ferma: infatti, e questo è senza dubbio un dato allarmante, le stime relative alla crescita del nostro prodotto interno lordo passano da un atteso +1,5% ad un misero +0,6%, e tutto ciò ha un effetto di trascinamento sul nostro deficit (rapporto tra indebitamento e Pil), che passa dal 2,2% previsto dal Documento di Programmazione economica e finanziaria al 2,4%.

Eppure l'ex viceministro dell'Economia Vincenzo Visco, qualche giorno fa, sciorinava cifre incoraggianti secondo le quali, grazie al suo operato, lo Stato poteva vantare ben 11 miliardi di extragettito in un anno! Com'è possibile, allora, che, malgrado l'apporto del tanto sbandierato extragettito, il deficit sia cresciuto sino a questi livelli? La verità è che il governo Prodi, con i decreti di giugno e settembre, ha volatilizzato ben 13-14 miliardi di euro in nuove spese. Le extraspese, dunque, hanno risucchiato l'extragettito ricavato dal dissanguamento fiscale operato da Visco. La verità è che, solo ora, con la Relazione unificata dell'Economia, la vecchia Trimestrale di cassa, vengono contabilizzate molte di quelle spese che fino ad ora non erano state prese in considerazione.

A pesare sui conti dello Stato sono soprattutto i costi eccessivi di una Pubblica Amministrazione che, pur essendo tra le più inefficienti d'Europa, costa ad ogni cittadino ben 5.564 euro, contro, ad esempio, i 3000 circa della Germania, e i 3247 della Spagna. Mentre i Paesi dell'Unione europea hanno impostato politiche volte a ridurre le spese correnti al netto degli interessi l'Italia di Prodi ha imboccato la strada opposta, innalzando gli stipendi dei dipendenti pubblici e mantenendo elevate spese sociali e pensionistiche. Non solo, ha aumentato il numero dei dipendenti pubblici: l'ultima Finanziaria, infatti, ha previsto un lauto stanziamento per nuove assunzioni nella Pubblica Amministrazione. E' così che sotto il governo Prodi la spesa dello Stato ha raggiunto livelli record: secondo i dati forniti da Eurostat il rapporto spesa-pil è salito nel 2006 al 50,1%, dal 48,3% del 2005 e dal 47,7% del 2004.

Il prossimo governo avrà il dovere, di fronte ad una congiuntura internazionale negativa, di stringere la cinghia. L'obiettivo di ridurre la spesa pubblica è uno degli imperativi che guiderà, in caso di vittoria, il Governo Berlusconi: il programma del PdL, infatti, si pone quale obiettivo quello di ridurre drasticamente i costi della P.A. attraverso politiche volte a riqualificarla e allo tempo snellirla. Dalla digitalizzazione dell'amministrazione pubblica, prevista come uno dei punti fondamentali del programma di Berlusconi, si potrebbero risparmiare 20 miliardi euro, che si andrebbero ad aggiungere a quei risparmi che saranno garantiti dalla soppressione degli enti inutili e dalla privatizzazione dei servizi pubblici locali.

Dall'altra parte i buoni propositi di Veltroni, che, scimmiottando il centrodestra, dice di voler sopprimere gli sprechi, sono solo pantomime: basterebbe guardare, per capire quale sia la logica che guida l'ex sindaco di Roma, come ha amministrato Roma, una città dove sono cresciute le emergenze: dal problema rom al nodo rifiuti; dalla mancanza di asili nido (di 70mila bambini 45 mila rimangono senza), all'emergenza casa (che riguarda quarantamila famiglie), al problema delle periferie. Eppure, il buon Valter, non ha mai esitato quando sin trattava di spendere soldi in notti bianche.

! Aurora Franceschelli
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