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Gli Stati Uniti e l'orizzonte della libertà

di Stefano Magni - 14 marzo 2008

Mentre i media europei sono impegnati nel documentare puntualmente l'infinita gara in campo democratico, si tendono a dimenticare le ragioni e i principi della politica statunitense. «In America amiamo la libertà e siamo la nazione leader nel mondo, non perché cerchiamo di limitarla, ma perché abbiamo aiutato ad estenderla in tutto il pianeta». Idee chiare, quelle espresse dal presidente George W. Bush alla convention delle Emittenti Religiose a Nashville. E' bene sapere quali concetti Bush abbia espresso, prima che i media mainstream deridano ancora una volta l'ultimo discorso del presidente conservatore, magari definendolo «bigotto» per la forte carica religiosa che traspare dalle sue parole oppure riducendone il significato a una foglia di fico per nascondere un presunto «fallimento» della guerra in Iraq. Prima di tutto, visto il contesto, Bush ha difeso la libertà di espressione di fronte alla possibilità che il Congresso (dominato da una maggioranza democratica) voti una nuova «legge sull'equità», che imporrebbe limiti alle emittenti religiose nel nome di una par condicio culturale. «I sostenitori di questa legge dicono che dobbiamo riservare tempi uguali a tutte le parti in causa per ogni trasmissione pubblica che riguardi istanze giudicate controverse. Questo, in pratica, vuol dire che ogni programma che intende continuare a sopravvivere deve rispondere ai criteri dettati da Washington. Naturalmente, per alcuni signori di Washington, l'unica opinione che deve essere controbilanciata è quella che non piace loro... La verità è che loro sanno di non poter avere la meglio nel dibattito pubblico delle idee. Il paese non può avere paura della diversità di opinioni. Dopo tutto, noi siamo rafforzati dal pluralismo di opinioni».

E, soprattutto, Bush ha sostenuto la politica di esportazione della democrazia, punto fermo del programma del candidato repubblicano McCain: «La libertà non è un valore esclusivamente nostro, né un regalo dell'America al mondo: è un dono di Dio a tutta l'umanità». Questa affermazione non è un credo irrazionale, ma è basata su dati sperimentali: le società più prospere sono quelle libere, le società più pacifiche sono sempre quelle libere, dove due democrazie liberali confinano, su quel confine transitano merci e persone, non i cannoni, come ricordava anche il liberale classico Frédéric Bastiat un secolo e mezzo fa. Bush non esita a ricordare tutto questo alla sua platea, non ha paura di parlare di principii che qui nel Vecchio Continente sono considerati squalificanti: «Sia io che voi sappiamo che la libertà ha il potere di cambiare la vita dell'uomo. Sia io che voi sappiamo che le società libere sono più prospere e pacifiche... La libertà può trasformare le società. La libertà può trasformare i nemici in futuri alleati. E un giorno, se gli Stati Uniti terranno duro e continueranno ad essere ottimisti, un presidente sarà in grado di dire: "Ho condiviso lo stesso tavolo con i leader delle nazioni musulmane e tutti volevamo difendere la pace, esportare la libertà e rendere sicura l'America». Come è avvenuto con la Germania e con il Giappone, d'altra parte.

Proprio sul Medioriente si è concentrata gran parte dell'argomentazione di Bush: «Non è una coincidenza che la regione meno libera del mondo sia anche la più violenta e pericolosa. Per troppo tempo il mondo ha voluto ignorare l'oppressione dei regimi del Medioriente nel nome della stabilità... L'11 settembre è arrivato il momento in cui abbiamo provato sulla nostra pelle che la mancanza di libertà nel Medioriente mina direttamente la nostra sicurezza, in casa nostra. Diciannove uomini hanno ucciso 3000 persone perché qualcuno li ha convinti che stavano agendo nel nome di Dio. Ma gli assassini non erano strumenti di un potere divino, erano strumenti del male. E abbiamo già visto agire gente del loro genere. Dobbiamo ricordare che lo sterminio degli ebrei nei campi nazisti era il male. Che i crimini di Pol Pot erano il male. E che il genocidio in Ruanda fu commesso perché il cuore della gente era stato corrotto. Questo è il nemico che deve essere combattuto, questo è il nemico che deve essere sconfitto». Nonostante l'assordante coro di voci contrarie al conflitto, il presidente non ha dubbi nel sostenere ancora l'impegno militare: «Siamo impegnati in una guerra ideologica in cui i due principali teatri di operazione sono l'Afghanistan e l'Iraq. Alcuni sembrano credere che una delle due guerre sia necessaria e l'altra sbagliata. Sappiano che il nostro nemico sta combattendo tenacemente entrambi i conflitti per prendere il potere e imporre la sua brutale visione del mondo. I due teatri di guerra sono parte dello stesso conflitto, della stessa causa, della stessa lotta. Ed è per questo che la nostra vittoria è fondamentale».

Bush non nomina mai il nostro governo. Ringrazia il Canada, la Gran Bretagna, l'Australia, l'Olanda e la Danimarca, perché i loro soldati in Afghanistan «si stanno impegnando in alcune delle più difficili missioni nelle aree più pericolose». Agli altri alleati della Nato che non si impegnano in prima linea, tra cui l'Italia, è indirizzato un invito esplicito: «Si uniscano agli Usa e facciano di più. Questo è il momento per ogni nazione di compiere scelte importanti, che permettano ai nostri figli di crescere in un mondo più pacifico. Chiederò una maggior assistenza internazionale per aiutare l'Afghanistan a percorrere la via della libertà». Sarà compito del prossimo governo italiano rispondere o meno a questo appello.

! Stefano Magni
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