|
|||||||
|
|
Il risveglio del Tibetdi Daniele Martino - 14 marzo 2008 Nella Cina che si prepara alle Olimpiadi rischia di creare molto rumore quanto sta avvenendo in Tibet. L'11 marzo scorso ricorreva il 49º anniversario della rivolta fallita contro il regime di Pechino, che segnò l'inizio della decisa politica di «cinesizzazione» nella regione autonoma himalayana. Per le strade della capitale Lhasa si sono riversate centinaia di persone per chiedere libertà di culto e di espressione. Ancora una volta i protagonisti delle dimostrazioni contro l'oppressione cinese sono i monaci buddisti; un fatto importante perché trova riscontro nella recente rivolta dei loro compagni di fede in Birmania dello scorso settembre. Ciò sottolinea come sia fondamentale in tutta l'Asia il ruolo degli esponenti religiosi contro i regimi totalitari. Tutto ruota attorno alla funzione delle autorità religiose in Tibet: uno dei principali motivi delle manifestazioni di martedì è stato appunto quello di chiedere il rilascio di numerosi monaci arrestati in ottobre. Le autorità cinesi hanno predisposto questa misura in séguito al sostegno di alcuni religiosi che avevano inneggiato alla medaglia d'oro al Dalai Lama, consegnatagli alla Casa Bianca dal presidente Bush. In un momento così cruciale per la Cina, in cui tutti gli occhi del mondo sono puntati addosso a ciò che avviene a Pechino, le reazioni delle autorità centrali sono state ambigue e contraddittorie. Il governatore cinese del Tibet, Champa Punthsok, ha affermato laconicamente che «non è davvero successo nulla, ogni cosa è a posto e la situazione a Lhasa è tranquilla». Di sponda ha agito il ministero degli Esteri, un cui portavoce ha dichiarato che «pochi facinorosi hanno commesso illegalità con l'intenzione di sfidare la stabilità sociale, e saranno puniti secondo la legge». In realtà la situazione è più tesa, come testimoniano anche i siti degli esuli tibetani che parlano di numerosi centri religiosi circondati dalle forze di polizia, tra cui il leggendario Palazzo Potala e il grande monastero di Dreipung. Il dato politico più evidente che emerge dagli ultimi disordini in Tibet è che le Olimpiadi possono fornire numerose opportunità di manifestazione del dissenso; la presenza di tutti gli organi d'informazione del mondo per seguire i Giochi costituirà una grande cassa di risonanza per tutte le problematiche che coinvolgono la Cina. Oltre ai movimenti indipendentisti del Tibet e del Turkestan orientale, anche le tematiche di carattere economico e sociale hanno la possibilità di essere al centro dell'attenzione; proprio per questo le autorità cinesi sembrano inclini a stabilire forti limitazioni per la mobilità dei giornalisti, con la dichiarazione preventiva dei luoghi che s'intende visitare, in modo da predisporre una sorta di vetrina perfetta per i reporters che intendano muoversi nel Paese. Nelle città, invece, sono già stati istituiti corsi di bon-ton per la popolazione che dovranno essere fermamente rispettati nei confronti degli stranieri, in tutti i luoghi in cui cinesi e stranieri potranno essere fianco a fianco, come gli autobus, le stazioni ferroviarie, gli aeroporti e i siti delle competizioni olimpiche. In ogni caso, non tutto potrà essere occultato o mascherato; le Olimpiadi ci diranno veramente che cos'è la Cina. Daniele Martino |
Iscriviti alla newsletter per ricevere gratuitamente la rivista al tuo indirizzo e-mail IN QUESTO NUMERO
|
|||||
|
Ragionpolitica, periodico on line n.255 del 11/3/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
|||||||