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6 marzo 2008
 
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I nuovi risvolti del subprime

di Fabrizio Goria - 16 marzo 2008

Il terremoto provocato dalla crisi del settore immobiliare nell'agosto 2007 non ha ancora trovato la sua reale valvola di sfogo. Nonostante l'immissione di liquidità sui mercati da parte della Federal Reserve, le svalutazioni sono ancora all'ordine del giorno. Pochi giorni fa il presidente della Fed, Ben Bernanke, ha annunciato che avrebbe immesso 200 miliardi di dollari sul mercato per poter alimentare gli investimenti, curare il rischio di recessione (o quantomeno di stagnazione) e per fornire fiducia sulla condizione degli istituti bancari d'oltreoceano. Questo dopo i pesanti tagli che ha visto protagonista l'economia statunitense nei primi mesi del 2008, in seguito alle perdite dei principali gruppi finanziari. Peccato che i tagli ai tassi siano stati del tutto tardivi e non coadiuvanti un mercato che naviga a vista ogni giorno che passa. Proprio ieri il gruppo di investimento legato al private equity Carlyle Group, quotato sulla borsa di Amsterdam, ha registrato perdite per 21,7 miliardi di dollari. Questo proprio per l'azione della leva finanziaria: investo poco, guadagno o perdo moltissimo, scritto in modo estremamente semplice. Ma non solo, con queste crisi quotidiane molte società lasciano spazio all'ingresso al proprio interno di fondi sovrani d'investimento, come il China Investment Co., il colosso da 200 miliardi di dollari creato dal governo di Pechino nel settembre 2007 e già proprietario di quote rilevanti in Blackstone e Morgan Stanley.

Il problema derivante dai fondi sovrani, capitali gestiti direttamente dai governi (come quello cinese), non è tanto in termini di libero mercato, quanto relativo ai parametri di governance all'interno delle società. L'informazione sui mercati che può avere un governo è nettamente inferiore a quello che può avere un investitore privato. Tagli tardivi, immissioni di liquidità che aumentano la base monetaria (e quindi l'inflazione), mercati in preda alla crisi di fiducia interna: il quadro per gli Stati Uniti non è sereno. E questa mancanza di serenità rischia di volare al di là dell'Atlantico ed infettare in modo pandemico l'Europa e l'Italia, che lasciano il fianco per gli attacchi grazie alla globalizzazione dell'economia. Proprio tale fenomeno, naturale evoluzione dei vecchi modelli economici, ha anche delle piccole conseguenze, nel caso di crisi. Infatti è lapalissiano che se accade qualcosa su un mercato asiatico dove ha investito notevolmente una società italiana, quest'ultima risentirà dell'andamento altalenante dell'indice.

E l'Italia? Il nostro Paese, con la campagna elettorale che deve ancora affinare le proprie caratteristiche peggiori (o migliori), vive in una situazione peggiore di quella del resto d'Europa. Si, perché sono giunti pochi giorni fa i dati relativi agli stipendi medi in Italia ed in Ue, a cura dell'Ocse, l'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economici. Bene, cioè male, dato che per l'Italia la retribuzione netta annuale è pari a circa 12.834 euro, molto al di sotto del livello americano (circa 20mila euro). Con l'inflazione al 2,9% in costante crescita, il petrolio a quota 110 dollari al barile, la crescita economica vicina più allo zero che all'1%, il rapporto deficit/Pil in aumento rispetto all'anno passato, il carico fiscale aumentato di tre punti percentuali in pochi anni, il quadro economico italiano è quasi completo. Quasi, perché mancano ancora le svalutazioni degli istituti bancari relativamente alla crisi subprime, che certamente qualcosa deve aver prodotto anche nel nostro Paese. Non possiamo dirci immuni a questa tendenza, dato che sono ancora presenti circa 260 miliardi di euro in cartolarizzazioni fallate che non si sa dove siano allocate. Sarebbe ben presuntuoso pensare di essere i migliori della classe, quando vi è la certezza di non esserlo affatto. Eppure, ancora nulla si è sentito a riguardo, considerato che ultimamente si guarda sempre più al futuro senza pensare ad un presente che se non si può definire drammatico, poco ci manca. Un pizzico di pragmatismo in più giova all'intero Sistema Italia, per un rilancio che non solo è possibile, ma doveroso. In un mondo che continua a correre sempre più forte, l'Italia cammina da troppi anni. Lentamente, per giunta.

Fabrizio Goria

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