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Iran: i riformisti messi al bandodi Alexandra Javarone - 16 marzo 2008 Ieri hanno preso avvio le consultazioni elettorali in Iran: 44 milioni gli elettori chiamati alle urne per il rinnovo della Majilis, solo 4.500, invece, i candidati ammessi alle consultazioni. Khamenei esorta i persiani al voto: «potete decidere il vostro futuro manifestando le vostre scelte». Non è invece dello stesso avviso Nureddin Pir-Moazzen, il riformista del Parlamento di Teheran che, rifugiatosi negli Stati Uniti, ha lanciato feroci critiche verso il regime teocratico persiano, definendo le discusse elezioni del 14 marzo alla stregua di una farsa, ordita con l'unico intento di concedere al popolo il breve miraggio di essere parte attiva del processo decisionale. Un placebo denso di storture e manovrato dallo sfacciato dispotismo conservatore che ha boicottato la candidatura della gran parte degli esponenti riformisti (tra cui lo stesso Moazzen). Da mesi la pressione del governo s'è fatta via via più forte: l'opera di moralizzazione procede ormai da oltre un anno. Ne sono un chiaro esempio le innumerevoli persecuzioni ed arresti perpetrati contro le donne o gli studenti (di cui spesso si sono perdute le tracce), l'aumento esponenziale delle condanne a morte (decretate dalla Shari'a) e gli infiniti moniti rivolti alle testate giornalistiche progressiste, spesso imbavagliate ed accusate «di voler dar vita al colpo di Stato strisciante». Il silenzio regna pesante ed inespugnabile, nelle strade, fra la gente e perfino entro le quattro mura delle case, investite dalla minaccia dei delatori, presunti o reali, cui il regime promette ricompense ed onori. Sono oltre 2.000, secondo le stime, i candidati respinti od obbligati al ritiro forzoso per mezzo delle pressioni operate dalla casta del clero islamista. Le previsioni sono largamente pessimiste: i moderati sono stati messi agevolmente al bando, accusati di essere asserviti al nemico (gli Stati Uniti), di essere corrotti o di aver offeso Allah. La lunga schiera degli esclusi fa insomma il gioco degli alti vertici del regime fondamentalista, trovatisi a competere da soli per il potere. Operata la sottrazione chirurgica dei candidati più moderati, l'affluenza alle urne sarà assolutamente scarsa. E così, i persiani, il cui peso politico parrebbe esser divenuto ancor più marginale, hanno perduto ogni speranza di fronte al dispotismo dei cosiddetti «custodi della rivoluzione». Il dissenso, seppur ancora silente, ha colpito le diverse le fasce sociali, alimentato da una politica complessa che si fonda sul terrore che il regime somministra alla popolazione (piegata dall'inflazione e dalla disoccupazione) allo scopo di placare gli animi, rendendo sordo il dolore o la rivolta. Secondo gli analisti, in seguito alle nuove sanzioni, comminate pochi giorni fa dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, il governo persiano potrebbe dare il via ad una nuova e più intensa campagna d'oppressione. Di fronte al dissenso, il governo, deciso a «non rinunciare per nessun motivo» a ritagliarsi un ruolo primario sullo scacchiere medio-orientale, rilancia la distruttiva retorica dell'atomo. La risoluzione Onu 1803 pone, di fatto, nuove e più rigide restrizioni fra cui anche il congelamento dei fondi alle società ed agli enti legati, a diverso titolo, al business dei programmi balistico-nucleari. A Teheran sono stati concessi tre mesi per conformarsi alle richieste delle Nazioni Unite. Tuttavia l'Iran, da parte sua, si è già dichiarato indisponibile ad adeguare il proprio operato alle richieste della comunità internazionale. Un atteggiamento che porterà, invero, ad un'ulteriore irrigidimento delle sanzioni economiche contro Teheran, che non sembra però far caso alle conseguenze di una simile reticenza, intenta, piuttosto, ad alimentare la cruenta repressione interna. Eppure, questa crescente distanza che allontana e contrappone il moloch oppressore della casta di governo al popolo persiano in catene, potrebbe dar forza e voce a coloro i quali mal si adeguano agli abusi ed ai soprusi perpetrati da chi, tradita da tempo la causa dei mustazafin, è perfino disposto a concedere crediti all'antico nemico iracheno (per estendere la propria influenza fino a Baghdad); oppure ad investire nel progetto nucleare o, ancora, a fornire fondi e mezzi ad Hezbollah. Tutto questo proprio mentre il popolo iraniano patisce la fame e l'oppressione. Alexandra Javarone |
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Ragionpolitica, periodico on line n.255 del 11/3/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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