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L'economia crolla, ma il governo gongoladi Valentina Meliadò - 16 marzo 2008 E' straordinario come l'attesa certificazione della debacle economica dell'Italia sia stata rapidamente attribuita alla sfavorevole congiuntura internazionale. Congiuntura innegabile, determinata da un inarrestabile aumento dei prezzi delle materie prime - a sua volta innescato dalla crescita esponenziale dei consumi di paesi come Cina e India - e dalle dinamiche poco libere e concorrenziali della produzione e del mercato, ad esempio, del petrolio. Problema globale dunque, cui l'Italia dovrà rispondere sia come singola economia che come membro dell'Unione Europea, ma la realtà della situazione internazionale non giustifica, da sola, il dimezzamento delle previsioni di crescita per il 2008, né il ristagnare della produttività e tantomeno il crollo dei consumi. L'attuale governo, in carica dalla primavera del 2006, ha goduto non solo di un extragettito, eredità del precedente esecutivo, ma di oltre un anno di congiuntura economica internazionale favorevole; la ripresa, seppur breve, c'è stata e gli altri paesi europei, infatti, non soffrono l'attuale crisi come l'Italia. La differenza sostanziale sta nelle priorità che il governo Prodi si è dato, trascurando totalmente i fattori di crescita della produttività e dei consumi a favore di un risanamento dei conti pubblici che di qui a dodici mesi si rivelerà totalmente fittizio. Non solo perché la mancata crescita produrrà un innalzamento del rapporto deficit/pil (pur rimanendo sotto la soglia del 3%), ma anche perché la spesa pubblica - su cui non si è veramente intervenuti neanche a fronte di entrate record - ricomincerà a correre a causa dei capitoli di spesa messi a bilancio per il prossimo anno. Una gatta in più da pelare per il prossimo governo che - presumibilmente - sarà di centrodestra. Aveva dunque ben poco di cui andare fiero il ministro Padoa Schioppa, quando ha dichiarato che il risanamento è merito del governo mentre il rallentamento economico è colpa della congiuntura internazionale, ed è ben strano che a sostenere questo siano gli stessi personaggi che durante il governo Berlusconi - segnato da episodi come l'11 settembre, due guerre e una crisi mondiale dei rapporti con i paesi islamici - hanno addebitato la bassa crescita economica esclusivamente alle scelte dell'esecutivo di allora; ma allora, quantomeno, la crisi fu fronteggiata senza gravare ulteriormente sulle tasche degli italiani, tentando di razionalizzare la spesa con la riforma della pubblica amministrazione e il blocco delle assunzioni, indispensabile per l'assorbimento degli esuberi nella forza-lavoro realmente necessaria senza procedere a licenziamenti di massa, e con un piano di lungo termine per le infrastrutture la cui mancanza è tra i principali fattori di ritardo rispetto agli altri paesi europei. Un impianto ben diverso dal rastrellamento indiscriminato di risorse, il blocco delle grandi opere e il terrorismo fiscale. Il tutto senza aver inciso minimamente sulla capacità d'acquisto dei lavoratori e sulla piaga del lavoro nero, perché questi due problemi possono essere affrontati soltanto puntando sulla produttività e sulla detassazione degli oneri sul lavoro stesso. Se si calcola che sul compenso di un'ora di lavoro di una collaboratrice domestica, ad esempio, lo Stato pretende dal datore di lavoro una cifra pari al 40% del compenso stesso, le ragioni dell'immobilismo produttivo e salariale saltano agli occhi. Oggi è quasi surreale sentire Veltroni far proprie le parole d'ordine, le promesse e l'ottimismo del Cavaliere della campagna elettorale del 2001, quando il mondo, semplicemente, sembrava andare in tutt'altra direzione, ma la realtà della situazione - e la prudenza che questa determina nel programma e nelle affermazioni del Cavaliere di oggi - è ben rappresentata dalla lunga coda di pensionati davanti ad un distributore di latte con la bottiglia di vetro da un litro da riempire al prezzo di un euro. Cose che non si vedevano, ha sentenziato una signora, dal 1943. Una cosa è certa: il governo che vincerà le elezioni si ritroverà solo a tentare di vincere la sfida - difficilissima - per uscire definitivamente dal tunnel, perché l'Europa, che gongola scioccamente per la forza dell'euro sul dollaro, continuerà a perseguire la sua politica dei tassi di interesse almeno fino a quando l'economia degli altri paesi europei - più solidi e più competitivi dell'Italia da decenni - sarà in grado di resistere agli scossoni internazionali.
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Ragionpolitica, periodico on line n.255 del 11/3/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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