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Arcobaleno sbiaditodi Gianni Baget Bozzo - 16 marzo 2008 La campagna elettorale sembra destinata ad essere giocata in sordina: l'idea di costruire due grandi partiti alternativi ma compatibili è la novità di questa campagna, in cui i due maggiori pensano soprattutto a non farsi del male e a mantenere il contrasto elettorale nell'ambito delle buone maniere e, in sostanza, anche al sottolivello. La lunga polemica sulla legittimità di ciascun schieramento cessa dinanzi al fatto che Pd e Pdl cercano di parlare il linguaggio della realtà e non quello della loro identità. Non ci sono quindi grandi passioni in gioco; le accentuazioni che avverranno in una campagna elettorale all'insegna della par condicio sembreranno più consuetudini verbali che asperità reali. Lo si vede soprattutto nel linguaggio moscio parlato dalla Sinistra Arcobaleno, che ha perso tutta la sua forza polemica ed è entrata nel gioco dei due grandi partiti affermando che il solo problema è quello di essere esclusi dalla partita a due. Bertinotti stavolta non ha denuncie intellettuali né analisi alternative da proporre: non riesce a congiungere, come gli è sempre stato concesso, l'affabulazione verbale con la passione militante. Già il fatto che siano i Verdi a dare colore alla lista di Bertinotti, che appare così meno intrinsecamente di sinistra e più agganciata ad un tema trasversale, mostra che la questione del proletariato, l'eredità marxista, i no global e tutto ciò che Rifondazione ha portato con sé in questi anni non è più sufficiente né a suscitare un pensiero né a muovere un vero sdegno. E' come se Bertinotti fosse soggiogato dalla realtà e volesse essere incluso in essa mantenendo la sua presenza nelle coalizioni di sinistra sul piano regionale e locale. Non mira più a condannare, ma a sopravvivere. Diliberto arriva persino a cedere il suo posto in lista ad un operaio della Thyssen, il che è segno - lo rimprovera Cossutta - di una abdicazione al suo ruolo di segretario di partito. Rifondazione ha avuto peso solo quando Paolo Ferrero era ministro del governo Prodi: oggi Ferrero si commuove per Zapatero e il suo successo e non per la sconfitta di Izquierda Unida. Sembra che l'antagonismo debba essere riassorbito nel grande corpo della sinistra post-comunista, ora costituita dal Partito Democratico: sarebbe il segno più rilevante di uno spostamento a destra che è il carattere proprio di queste elezioni politiche. Veltroni ha dato il segno dello spostamento a destra con il pieno appoggio del Pd e Bertinotti si adegua. I sindacati delle tre organizzazioni storiche, che erano i veri interlocutori del governo Prodi, non dicono nulla. A guardare la campagna elettorale, ci pare di essere in un'altra stagione, quasi in un altro paese. L'unica macchia di colore rimane la mini Dc rediviva, che si dichiara contraria al «Veltrusconi» ma disposta a partecipare alle sue riforme. Casini è abituato ad urlare la politica, ora la urla soltanto più forte. Ma l'Udc, oggi, è un composto di democristiani diversi, che si combattono l'un l'altro, tale da far pensare che il suo successo sia soltanto una fata Morgana. Non basta Casini a cambiare la struttura del dibattito sui due grandi partiti, con cui ora si svolge la campagna elettorale e con cui si voterà. Non si potrebbe immaginare uno scenario più diverso dalle elezioni anti-Berlusconi del 2006: oggi Berlusconi è il punto di riferimento del Partito Democratico.
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Ragionpolitica, periodico on line n.255 del 11/3/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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