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Il colonialismo cinesedi Gabriele Cazzulini - 18 marzo 2008 Un anno prima dei cinquant'anni dalla storica rivolta anti-cinese, il Tibet non poteva aspettare il triste anniversario patendo ancora il giogo del dominio di Pechino. Per settimane la tensione ha riscaldato il muscolo del ritorno all'autonomia. Poi è un catalizzatore simbolico come il monastero di Drepung, nella capitale Lhasa, che aziona la meccanica della protesta. Il Tibet ai tibetani: all'appello per riprendersi l'autonomia perduta rispondono anche i tibetani fuori del Tibet, contaminando le provincie di Sichuan, Qinghai e Gansu. La realtà è già iniziata, con le prime pagine di questa rivolta tibetana scritte con il sangue di decine di vittime. Civili armati di pietre e bastoni spazzati via dall'esercito mobilitato in massa. Naturalmente in casi come questi la matematica delle vittime è un'opinione per la Cina, che decurta generosamente il numero dei morti. Le vittime non hanno neppure diritto al riconoscimento delle statistiche ufficiali. La copertina di Pechino 2008 capitale mondiali delle Olimpiadi viene obliterata con un enorme punto interrogativo. Il passaggio della fiaccola olimpica, previsto per le prossime settimane, rischia di spegnersi in Tibet. Tutta la propaganda per la nuova Cina dal volto tollerante e progressista si rivela solo una lunga pellicola di fantascienza. La realtà non è mai cambiata. Se YouTube spaventa il colosso cinese al punto da bloccarne la visione per non mandare in onda la repressione made in China, allora bastano davvero pietre e bastoni per scatenare il panico tra i mandarini. Intanto la protesta del Tibet fuoriesce dai suoi confini per lambire anche la stessa Cina e altre nazioni asiatiche. Forse questa crescente onda d'urto riuscirà a scuotere la sonnolenza delle coscienze europee - specialmente quel governo Prodi che si rifiutò di concedere il diritto di parola al Dalai Lama in parlamento, mentre oggi il governo cinese rifiuta il diritto alla vita del Tibet. E' sorprendentemente ingegnoso il metodo con cui Pechino è determinata a risolvere la questione tibetana. La crudele reazione militare è soltanto una rotella sistemata dentro ad un ingranaggio molto più complesso. Pechino sta realizzando un mastodontico piano incentrato sulla costruzione di ferrovie, insediamenti economici e trasferimento semi-volontario di popolazioni cinesi per rivoluzionare l'equilibrio sociale e culturale del Tibet. L'obiettivo è audace: coinvolgere l'arretrato Tibet nel ciclone di modernizzazione economica imposto dalla dirigenza del partito comunista. Più Pechino sparge l'odore di un minimo benessere sotto alle narici di una popolazione secolarmente inchiodata nella povertà e nell'immobilismo, più l'identità tibetana è destinata a rarefarsi. E' il genocidio culturale denunciato dal Dalai Lama. Dai campi di concentramento per annientare i dissidenti, ai centri commerciali per annientare le coscienze senza sparare un solo colpo. E' un colonialismo morbido, che distribuisce un'apparente ricchezza con l'aspettativa che i tibetani delle future generazioni finiscano col ripudiare, o semplicemente con il dimenticare, le loro radici religiose ed etniche per adorare il vitello d'oro del materialismo economico. L'ingegneria civile si abbina ad un'ingegneria sociale come arma dell'ateismo per combattere lo spirito religioso. Ma la protesta tibetana è come un fiume sotterraneo che riesce a scavare la roccia più dura per poi irrompere in superficie. L'identità religiosa contro il dittatura dell'ateismo. Le mani nude contro i proiettili. Finora il Tibet ha resistito. Adesso bisogna vedere quanto resisterà la Cina.
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Ragionpolitica, periodico on line n.256 del 18/3/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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