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numero 280
6 marzo 2008
 
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La minaccia di Al-Qaeda nel Maghreb

di Daniele Martino - 18 marzo 2008

Il rapimento di due turisti austriaci in Tunisia riaccende l'attenzione sulla tumultuosa situazione del Maghreb e di tutta l'Africa settentrionale. Sta prendendo sempre più vigore un'escalation iniziata nel maggio 2003 con gli attentati di Casablanca, proseguita ad Algeri lo scorso 11 aprile, e sfociata nel clamoroso annullamento in autunno della gara Parigi - Dakar, un fatto ben più che simbolico. Ora è stata raggiunta in maniera netta anche la Tunisia, che era considerata una sorta di «Svizzera del Maghreb», data la relativa sicurezza per i milioni di turisti europei che ogni anno affollano le spiagge di Djerba.

La recrudescenza del terrorismo nel Maghreb affonda sicuramente le sue cause nel contesto politico arabo-islamico; difatti, ormai, ogni evento che si verifica dall'Atlantico all'Indonesia assume una valenza globale per il mondo islamico. A questo scopo concorrono in maniera decisiva le grandi emittenti pan-arabe e pan-islamiche, come Al-Jazeera o Al-Arabiya. Questi networks televisivi hanno creato per la prima volta un'opinione pubblica araba e islamica, che ha preso consapevolezza della propria forza numerica e demografica e trova legittimazione nella «globalità» del contesto arabo-islamico.

I singoli Stati non sono più in grado di inquadrare come nazionali i problemi che li interessano, perché tutto è oggi riconducibile in un'ottica sovrastatale, l'ottica della nazione araba e islamica; in questi termini si spiega la continuità di Al-Qaeda nel Maghreb. L'affiliazione delle cellule salafite algerine con i gruppi anti-monarchici in Marocco si è estesa agli Stati vicini proprio in virtù ad una coscienza non più statale, e neppure magrebina, ma araba. L'attività terroristica nel Maghreb prende le basi dalle mutate situazioni internazionali; ad oggi tutte le compagini statali del Vicino e Medio Oriente si trovano in una condizione di work-in-progress. Dal Pakistan all'Iraq, per non parlare del Libano e dei Territori Palestinesi, la situazione politica e sociale non è ferma; o è in ricostruzione, come in Iraq grazie anche al generale Petraeus, o è in cerca di definizione, come nel Pakistan del dopo Benazir Bhutto, o è in stallo, come a Beirut o nei Territori. In queste realtà, la pressione della comunità internazionale nel suo insieme è molto forte ed è tale da impedire sviluppi consistenti ed improvvisi. Nel Maghreb, invece, la situazione è diversa; operano compagini statali stabili, con classi dirigenti già strutturate, che negli ultimi anni hanno visto grandi processi di sviluppo economico.

Dall'Algeria pacificata, alla Tunisia, passando per Libia e Marocco, è notevolmente aumentato il tenore di vita della popolazione. Proprio per questo il terrorismo si è rafforzato, per ragioni «ideologiche», per l'odio contro il progresso e il vivere «all'occidentale». La strategia fondamentalista punta a destabilizzare proprio gli Stati più avanzati, che sono anche quelli su cui non si puntano i riflettori internazionali, e che sono stati investiti da un inizio di modernizzazione dei costumi. Nel Maghreb, il terrorismo ritrova la sua prima missione, sconfiggere gli infedeli e adottare la Sharia, come fu per i talebani in Afghanistan, e proprio per questo è più resistente e pericoloso. Qui il terrorismo ritorna alle origini. Ed è qui che va sconfitto.

Daniele Martino

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