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6 marzo 2008
 
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Il rischio del credit crunch

di Fabrizio Goria - 21 marzo 2008

Trema il mondo economico internazionale. Il crollo continuo delle borse finanziarie non può essere ignorato dalle istituzioni italiane. Il pericolo è quello di sottostimare la crisi, che non ha ancora mostrato tutta la sua reale pericolosità. Bear Stearns, Northern Rock, Morgan Stanley, Lehman Brothers, Goldman Sachs, Ubs, Credit Suisse. Sono alcuni dei nomi delle banche coinvolte nella crisi epidemica dei mutui subprime, quelli concessi ai clienti coi peggiori coefficienti di solvibilità. Il mercato americano ha visto in pochi giorni, per l'ennesima volta dall'inizio del default della scorsa estate, un crollo improvviso, in seguito alle svalutazioni finanziarie della quinta banca americana, Bear Stearns, rilevata in fretta e furia da Jp Morgan. Ma è solo la punta dell'iceberg. Infatti, nel giorno di San Patrizio le borse europee hanno bruciato, in una sola seduta, circa 300 miliardi di euro di capitalizzazione. Il peggio, purtroppo, deve ancora arrivare. Lo stesso governatore della Federal Reserve, Ben Bernanke, ha recentemente annunciato che è possibile il fallimento di alcuni istituti di credito d'oltreoceano. Non contento, ha tagliato nuovamente i tassi di sconto di 75 punti base, uno dei tagli maggiori degli ultimi anni, portando il tasso a quota 2,25%. I mercati hanno reagito al crollo di lunedì scorso con un rimbalzo positivo, approvando la manovra della Fed, ma ignorando gli sviluppi futuri delle mosse della banca centrale. Con i tassi tagliati del 2% in un singolo trimestre, la tendenza è quindi quella di continuare a gettare benzina su un incendio di sconfinate proporzioni. Incrementando la base monetaria con costanti sforbiciate ai tassi, il pericolo è quello di far crescere in maniera notevole l'inflazione, anche se il fine ultimo è alimentare la crescita economica, ormai in recessione. Ma in una situazione come quella statunitense, per non dire mondiale, l'urgenza è quella di mantenere la calma, come sta facendo da sei mesi a questa parte la Bce, la banca centrale europea, guidata da Jean-Claude Trichet.

Il rischio della politica monetaria ed economica portata avanti dalla Fed è quello di un'escalation del credit crunch nelle maggiori banche americane. Questo fenomeno consiste nella chiusura dell'accesso al credito da parte delle banche, alzando i tassi d'interesse, per arginare la crisi di liquidità ed il fallimento dell'istituto stesso. Una procedura simile è quella che si è verificata in séguito alla crisi del 1929, sempre negli Stati Uniti. Questo, però, è quello che si prospetta all'orizzonte, data la tendenza al ribasso dei bilanci dei maggiori gruppi bancari d'oltreoceano. Una crisi sistemica unita ad una crisi di liquidità, dovuta anche al regime bancario di riserva frazionaria, che costringe gli istituti di credito al collasso, di fronte alle svalutazioni che devono affrontare. Ogni giorno, il rischio è che non si possa frenare la caduta dovuta ai debiti contratti con la cartolarizzazione dei crediti subprime. Questo in parte è dovuto alla tendenza dei consumi del cittadino yankee, diviso fra un tenore di vita al di sopra delle reali possibilità ed un indebitamento medio in costante crescita. Ma in larga misura, il default del settore immobiliare è dovuto ai meccanismi di speculazione selvaggia delle stesse banche, quasi costrette dallo stesso mercato a cercare nuove prospettive di guadagno in ogni angolo, lontano da qualsiasi etica. Si sa, secondo il principale modello economico attualmente adottato, che il mercato cura da sé i propri virus, ma qui siamo di fronte ad una malattia, i cui sintomi si sono manifestati già un paio d'anni fa, ma sono stati ignorati. Com'erano state ignorate le sirene d'allarme lanciate nella scorsa estate, nel giorno in cui le borse crollarono drasticamente, il 14 agosto.

La supponenza di molti e lo scarso coraggio di altri hanno portato una situazione che poteva essere ancora circoscrivibile ad essere incontrollabile. Non per nulla, il crollo delle borse finanziarie di San Patrizio è iniziato in Asia ed è continuato in Europa, per giungere in America, benché siano partite da quest'ultima le prime voci negative della giornata. La mossa, peraltro largamente annunciata, di un nuovo taglio dei tassi il 18 marzo, da parte di Bernanke, è solo l'ennesima prova che la crisi economica non è finita, ma è solo una fase, probabilmente la quarta, da quando è esplosa la bolla. Dopo lo stupore di agosto, i timori di novembre e la consapevolezza di gennaio siamo giunti alla misura estrema, il drastico tentativo di arginare ciò che ormai non si più fermare. Ma le fasi non sono finite, dato che una nuova ondata di svalutazioni è prevista per il prossimo giugno, quando giungeranno i bilanci consolidati relativi al 2007 delle maggiori holding targate Usa. E siamo sempre in tempo per poter osservare, in questa primavera, l'arrivo del cambio euro-dollaro a quota 1,80 e la benzina oltre 1,50 euro per litro, con un pareggio psicologico con il gasolio. Tutto ciò senza dimenticare di vivere in Italia, la nazione con il fisco più oppressivo di tutta l'Ue e con le maggiori barriere burocratiche per l'imprenditorialità. Con il sistema economico mondiale in subbuglio, i primi che ci rimettono sono proprio quelli che hanno forti incertezze interne, tante piccole falle che contribuiscono alle imperfezioni del mercato interno. Imperfezioni che sono di carattere sociale, politico, amministrativo, ma che hanno fortissime ripercussioni sull'economia reale, dato che le crepe sono intrinseche nei settori economici istituzionali.

L'Italia non ha ancora trovato un equilibrio in questo sistema economico fallato, sta svendendo i suoi pezzi all'estero e non ha ancora manifestato i sintomi principali della crisi mondiale. L'Italia è divisa su ogni cosa e non riesce ad osservare con lucidità la strada da percorrere. Il pragmatismo di Berlusconi sarà capace di vincere contro i sogni decantati da Veltroni? Si, perché con i sogni elettorali non si può curare una crisi economica.

Fabrizio Goria

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