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Finita l'emergenza, il Kenya presenta il conto: ma chi lo deve pagare?di Anna Bono - 21 marzo 2008 C'era da aspettarselo. Il 17 marzo Emilio Mwai Kibaki, terzo presidente del Kenya, ha inoltrato alla comunità internazionale una prima richiesta di fondi, 465 milioni di dollari, per la «ricostruzione» del paese dopo la crisi iniziata all'indomani delle elezioni politiche e amministrative del 27 dicembre 2007, che ha provocato più di 1.500 morti, da 300.000 a 600.000 tra sfollati e profughi e danni materiali che vanno dai mancati introiti delle maggiori attività economiche (turismo, colture di fiori da taglio, ecc...) alle perdite inflitte a decine di migliaia di persone private di abitazione e risorse: saccheggiate, distrutte e incendiate dalle bande di insorti contro l'esito elettorale che assegnava la vittoria al presidente uscente. Nello stesso giorno l'organizzazione internazionale Human Rights Watch ha pubblicato un rapporto di 80 pagine intitolato «Ballots to bullets: organized political violence and Kenya's crisis of governance», secondo cui a organizzare e finanziare almeno una parte degli attacchi contro i Kikuyu, l'etnia del presidente rieletto grazie a brogli e irregolarità praticamente ammesse da tutti, incluso lo stesso presidente della Commissione Elettorale che ne ha proclamato la vittoria, sarebbero stati dei politici e dei notabili legati all'opposizione, sostenitori di Raila Odinga e del suo partito, il Movimento democratico arancio. Anche le rappresaglie dei Kikuyu in certi casi sarebbero state istigate e pagate da «gente con i soldi» che avrebbe «comprato persone senza lavoro». È quanto afferma, ad esempio, in un'intervista, uno dei testimoni degli scontri verificatisi nelle provincie della Rift Valley. Il documento della Human Rights Watch si basa infatti su 200 interviste a poliziotti, magistrati, giornalisti, consiglieri comunali, membri del parlamento e protagonisti a vario titolo dei disordini scoppiati nei due mesi successivi alle elezioni. Dalle testimonianze raccolte risulterebbe inoltre che la reazione armata dell'opposizione era stata prevista da tempo. Secondo un intervistato di etnia Kalenjin (una tribù che ha appoggiato la candidatura di Odinga), gli anziani della sua comunità prima del voto avevano preparato i giovani ad agire: «Se ci fosse stato segnale di una vittoria di Kibaki, allora sarebbe dovuta scoppiare la guerra». Premesso che milioni di kenyani usufruiscono di aiuti internazionali costantemente, anche in tempi normali, e che delle iniziative d'emergenza in soccorso alle vittime della crisi politico-sociale post-elettorale sono state immediatamente attivate, la richiesta del capo di Stato africano susciterebbe molto più consenso se fosse accompagnata dal fermo impegno a svolgere in tempi rapidi le indagini necessarie a individuare i responsabili, se davvero esistono: «Se il nuovo esecutivo vuole riuscire a governare con successo e a conquistare la fiducia popolare, deve innanzitutto sanare le ferite perseguendo quanti hanno sostenuto le violenze - ha dichiarato Gergette Gagnon, responsabile del Dipartimento Africa di Human Rights Watch alla presentazione del documento di denuncia - l'incitamento di matrice etnica ha quasi distrutto il Kenya». Perseguire gli istigatori dell'odio tribale non basta. Se disponevano dei mezzi economici per finanziare le violenze, devono essere anche in grado di porvi riparo senza che questo onere venga assunto soltanto dai soliti donors internazionali che già sostengono costi enormi di assistenza e cura delle popolazioni africane in difficoltà. Che i colpevoli contribuiscano al risanamento del loro paese dovrebbe essere chiesto come condizione inderogabile all'esecutivo che sta per essere varato e nel quale confluiranno tutte le forze politiche. Due emendamenti costituzionali approvati all'unanimità dal parlamento kenyano il 18 marzo hanno infatti autorizzato l'istituzione della carica di primo ministro, destinata al leader dell'opposizione Raila Odinga, di due vice presidenze, una espressione del partito di Kibaki e una dell'opposizione, e infine la costituzione di un governo di coalizione composto per metà dal partito del presidente e per metà dall'opposizione: un termine, quest'ultimo, che in pratica perde significato poiché, con queste nuove disposizioni, di fatto il Kenya sarà uno Stato privo di opposizione politica.
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Ragionpolitica, periodico on line n.256 del 18/3/2008 Reg. Tribunale di Genova del 11/03/2003 n. 06/2003 Editore: Gnosis S.r.l. P.I./C.F. 01821410998 Direttore responsabile: Alessandro Gianmoena, Redazione: Aurora Franceschelli, Gianteo Bordero © 2003-2010 Ragionpolitica Riproduzione riservata Riproduzione riservata |
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