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6 marzo 2008
 
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Il coraggio della Merkel

di Francesca Traldi - 21 marzo 2008

Angela Merkel, durante il suo viaggio in Israele, si inchina davanti alle vittime. Lo fa con il coraggio dettato dalla responsabilità del proprio ruolo, un coraggio innato negli statisti. Sulle orme di Adenauer (1965) ripercorre, dopo il crollo del muro, quel doloroso passato che lega ancora la memoria della Germania al tema della colpa. Un filo sottile quanto resistente che attraversa ogni generazione tedesca. «Ho trascorso i primi 35 anni della mia vita nella Ddr, dove il nazionalsocialismo era considerato come un problema che riguardava solo la Germania ovest. Ci sono voluti 40 anni perché l'intera Germania si facesse carico della propria responsabilità storica, riconoscendo, come Germania riunificata, lo Stato d'Israele. Sono profondamente convinta che solo assumendo la sua perenne responsabilità per la catastrofe morale della storia tedesca la Germania potrà andare verso un futuro umano».

Per la la prima volta ad un cancelliere tedesco è stato concesso di tenere il proprio discorso in tedesco di fronte alla Knesset. La Merkel ha ripagato tale onore con un discorso a difesa di Israele che vale quanto il gesto di un altro statista, quello di Willy Brandt in ginocchio nel 1972 davanti memoriale del ghetto di Varsavia, suscitando simile stupore. «Ogni governo tedesco - ha sottolineato la Merkel - e ogni cancelliere prima di me è investito da questa speciale responsabilità che la Germania ha verso Israele». La responsabilità che la Germania di Angela Merkel ha nei confronti di Israele si traduce in qualcosa di molto preciso, che non lascia spazio a dubbi: si tratta della sicurezza non negoziabile di Israele. La Merkel non ha paura di usare toni forti: «lo dico chiaramente, questo significa per me, come cancelliere tedesco, che la sicurezza di Israele non è negoziabile».

Ma la Merkel va oltre e promette un pieno appoggio, precisando che cosa intende per garanzia della sicurezza di un popolo costantemente minacciato: a riguardo, chiede lo stop ai Qassam lanciati da Gaza. «Mentre noi discutiamo in questa sala, migliaia di persone vivono nel terrore di attacchi missilistici e nel terrore di Hamas. Lo dico a chiare lettere e in modo inequivocabile: gli attacchi di Hamas devono cessare», scandisce socchiudendo gli occhi per far arrivare ai deputati israliani la forza delle proprie parole. Le scuse per i 6 milioni di ebrei uccisi si sommano a un preciso impegno assunto dalla Germania riguardo all'Iran. «Non sta al mondo provare che l'Iran vuole ottenere le armi nucleari, sta agli iraniani dimostrare di non cercarle; se l'Iran non lo accetta, la Germania chiederà altre sanzioni».

Il viaggio della Merkel, conclusosi con una standing ovation alla parola pronunciata in chiusura - «Shalom» - non può che far riflettere sulla conduzione della politica estera italiana fatta dal governo Prodi, sull'ambiguità strategica che ha portato il ministro D'Alema a braccetto con Hezbollah, dimostrandosi pubblicamente amico di un movimento che non solo non riconosce lo Stato d'Israele, ma che ne persegue la distruzione. Le immagini di D'Alema a braccetto con Hussein Haji Hassan, deputato di Hezbollah, stridono al confronto del viaggio compiuto dal cancelliere tedesco. La condanna della Merkel diviene un impegno ancora più ampio se paragonato all'equivicinanza espressa dal ministro degli Esteri del governo Prodi in occasione della sua visita a Beirut ed al Cairo nell'agosto del 2006.

Francesca Traldi

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