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numero 280
6 marzo 2008
 
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Come tu mi vuoi

di Gianni Baget Bozzo - tratto da del 18 marzo 2008

Veltroni ricorda un antico film degli anni '30 con Greta Garbo, «Come tu mi vuoi». Egli non parla a un microfono, ma a uno specchio. Riflette gli ascoltatori che ha di fronte, il popolo che lo segue, l'interesse a cui fa riferimento. Questo vuol dire che sa perfettamente mantenere la separazione tra la maschera e il volto e quindi non incorporare le passioni del suo pubblico, se non nella misura che conviene alla maschera lasciando impassibile il volto. Veltroni sembra il comunista più perfettamente riuscito, quello che non ha passioni e quindi può fingere tutto. Rispetto a lui, D'Alema e Fassino sono figure umane, troppo umane. In D'Alema senti il gentiluomo pugliese che è nel suo pedigree, in Fassino il torinese di periferia. Veltroni viene dalla periferia romana da una famiglia comunista e ha scelto il cinema come il suo interesse: ha cioè capito l'importanza politica della comunicazione per immagini. Quando si dice oggi «comunista» sembra di dire una stupidaggine; e al massimo si sente dire che i comunisti non mangiano più i bambini, anche se un tempo lo hanno fatto.

Ma il comunismo italiano ha una fisionomia molto più complessa: ha capito bene, con Gramsci, che bisognava incorporare Machiavelli e applicare il principio che il potere è tutto, il resto niente. Ciò non significa che i comunisti italiani non siano una forza democratica e che il loro machiavellismo sia incompatibile con la democrazia; sostanzialmente lo è, ma formalmente no. Il perfetto machiavellico è un comunista senza passione, capace di essere immagine di tutto ciò che lo guarda e lo riguarda. Aver capito che la società delle comunicazioni offriva grandi possibilità al machiavellismo della scuola comunista italiana è il genio di Veltroni, è opera sua e non frutto di Goffredo Bettini. Per questo egli sa fare della sua persona il suo partito e fare di ciò che si immagina la realtà che non si è. La dirigenza comunista ha immediatamente capito che il caso Veltroni, da essi ritenuto come spurio, diventava invece un'operazione di potere e quindi che ciò che giova a Veltroni giovava a tutto il sistema del Partito Democratico. Per far nascere Veltroni ci voleva però un podio in cui egli potesse interpretare il suo essere «appassionato senza passioni» - celebre frase con cui Aldo Moro indicò Benigno Zaccagnini, uno dei decisori della sorte finale del presidente democristiano: segno, questo, che con gli appassionati senza passione non si scherza.

Nel suo complesso il centrodestra ha un po' troppo creduto a Veltroni, in fondo perché gli importava di pensare di aver esportato vittoriosamente la cultura berlusconiana nell'orto avverso. Ma i postdemocristiani, che sono tanti nel mondo del Popolo della Libertà, non hanno mai capito la complessità comunista fino a che non l'hanno sperimentata nei processi che li hanno colpiti e in cui si verificava pienamente la teoria comunista che la Dc aveva due volti, uno pubblico democratico e uno segreto mafioso. Mai è fedele l'associazione con chi ha l'amore al potere come propria anima e che, come diceva Machiavelli, pone l'anima nello Stato. Veltroni pensa al Partito Democratico materialmente come la Dc e formalmente come il Pci: capaci di avere molte maschere ma nessun volto. Veltroni dice sempre così. Pensarci un po' su non sarebbe una cattiva azione per il Popolo delle Libertà. Occorre dirlo agli elettori italiani, che hanno sempre risposto sì a chi poneva loro la sfida di difendere nel voto la libertà di tutti. Da De Gasperi a Berlusconi.

! Gianni Baget Bozzo
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Ragionpolitica, periodico on line n.256 del 18/3/2008
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